"RIGHT IS RIGHT, LEFT IS WRONG"

sabato 29 maggio 2010



IL WATERGATE DI OBAMA

La Casa Bianca è alle prese con un grosso scandalo, uno scandalo che minaccia di disarcionare Obama dalla presidenza. Uno scandalo che potrebbe diventare il suo Watergate[1].
    L’uomo al centro della tempesta politica che si sta avvicinando è il deputato Joe Sestak, democratico della Pennsylvania. Questa settimana ha confermato la sua accusa secondo cui un autorevole funzionario della Casa Bianca gli avrebbe offerto un posto di alto livello in cambio del suo ritiro dalle elezioni primarie del partito democratico per il Senato. È ampiamente noto che la posizione offerta fosse quella di segretario alla Marina.
    Sestak era in gara con il senatore Arlen Specter, fortemente supportato da Obama. Specter aveva abbandonato il Great Old Party (GOP), i repubblicani, l’anno scorso, consentendo ai democratici di superare la soglia di sessanta voti, cioè la maggioranza richiesta per bloccare qualunque tentativo ostruzionistico in Senato. A Washington niente si fa per niente. Quello di Specter era sicuramente un “quid pro quo”: io cambio partito, ma niente concorrenti alle primarie. La Casa Bianca si è prestata gentilmente allo scambio, sforzandosi di fare a Sestak una proposta indeclinabile.
    Ma in realtà Sestak l’ha rifiutata e, ironia della sorte, è riuscito a sconfiggere il candidato dell’establishment Specter.
    La Casa Bianca è adesso in cattive acque. O Sestak mente, il che significa che è inadatto a rappresentare il popolo della Pennsylvania, oppure dice la verità, cioè che la Casa Bianca gli ha offerto una posizione di alto livello. Sestak ha raccontato senza contraddirsi la medesima storia per mesi: non ha motivo di mentire.
    Se quanto riferito è vero — e credo che lo sia —, allora l’amministrazione Obama ha commesso un grave illecito, rendendo la Casa Bianca autrice di "high crimes and misdemeanors"[2], cioè di illeciti puniti con la destituzione.
    L’offerta di un posto di lavoro fatta a Sestak non solo è immorale ma anche illegale. Cercare di corrompere un pubblico funzionario attraverso un lavoro o usare metodi analoghi nel tentativo d’interferire in o di manipolare pubblicamente una elezione è un crimine federale, punito con un massimo di un anno di reclusione. La Casa Bianca ha visibilmente commesso parecchi illeciti a base di corruzione e di collusione.
   Il deputato Darrell Issa, repubblicano della California e membro autorevole del Comitato di Controllo della Camera e di Riforma del Governo ha chiesto a un pubblico ministero speciale d’indagare sulle accuse di Sestak.
    Issa ha detto: "Il deputato Sestak ha continuato a ripetere la stessa storia tutte le volte che gli è stato richiesto, senza variazioni rispetto alla versione originale". E ancora: "La Casa Bianca ha invece ritenuto con arroganza e a torto che le riuscisse di scopar via lo sporco nascondendolo sotto il tappeto".
    I repubblicani non dovrebbero chiedere solo un’inchiesta indipendente, ma dovrebbero incentrare sulla questione la loro campagna per le elezioni del prossimo novembre. Il GOP dovrebbe sottolineare con insistenza che, qualora riconquistasse il controllo della Camera e del Senato, porterebbe avanti questa controversia senz’altro fino alle procedure d’impeachment.
    Lo scandalo Sestak è l'emblem dell’arroganza e della corruzione che regnano nella Casa Bianca di Obama. Lo “stile Chicago” è arrivato a Washington. Obama si è circondato di squallidi gangster, a partire dal capo del suo staff Rahm Emanuel e dal consigliere politico David Axelrod: due “Chicago boys” che pensano che la politica sia blindare e mantenere il potere. Per costoro, il fine giustifica i mezzi.
    La squadra di Obama si è impegnata in un’azione di corruzione senza precedenti pur di attuare pezzi importanti del programma socialista del presidente. Per esempio, durante il dibattito sul servizio sanitario, ha usato miliardi di dollari del contribuente, in un contesto di collusione, per comprare i voti dei congressisti. Il “Louisiana Purchase[3], il “Cornhusker Kickback[4], l’offerta di una poltrona di giudice al fratello del deputato democratico Jim Matheson dello Utah, il far convergere fondi federali su progetti locali, come la costruzione di aeroporti “in onore” del deputato democratico Bart Stupak nel suo distretto elettorale del Michigan: tutte queste iniziative sono un colossale imbroglio nei confronti del popolo americano.
    Obama sta costruendo cleptocrazia progressista fatta di corruzione trabordante al servizio del liberalismo statalista, uno Stato di canaglie al servizio dello Stato-balia. Offrire un posto di alto livello per impedire a un congressista di sfidare un senatore in carica non è un atto degno di una amministrazione che si fonda nello Stato di diritto e nella democrazia costituzionale: pare piuttosto un atto da regime gangsteristico del Terzo Mondo, che crede di essere al di sopra della legge e che pensa che ogni funzionario pubblico abbia un prezzo.
    Dopo la promessa di presiedere la più "trasparente" amministrazione della storia americana, Obama sta disperatamente cercando di bloccare il crescente interesse dei media allo scandalo. Il suo portavoce Robert Gibbs assicura che gli avvocati della Casa Bianca hanno verificato le chiamate telefoniche e che “nulla di inappropriato” vi sarebbe contenuto. Gibbs pretende che gli crediamo sulla parola. Ma questo non solo è arroganza: è una copertura. Se non è accaduto nulla d’improprio, allora perché la Casa Bianca non divulga tutti i dettagli delle conversazioni?
    La domanda cruciale è: chi, nella Casa Bianca di Obama ha avvicinato Sestak? È pressoché impossibile che una proposta di tali dimensioni, specialmente quella di una posizione a livello di gabinetto come il segretariato alla Marina, sia sta formulata senza che ciò venisse a conoscenza del presidente e avesse il suo assenso. Obama sapeva? e quando ha saputo?
    In essenza, il Watergate fu uno scandalo provocato dalla criminosità e dall’abuso di potere che pervadevano la Casa Bianca di Nixon: e alla fine ha distrutto l’amministrazione di Richard Nixon.
    Lo scandalo Sestak è il Watergate di Obama, un cancro politico destinato a divorare lentamente la sua presidenza. Prima consumerà gli "uomini del presidente", perché stanno cercando disperatamente di contenere il danno e molti potranno anche cadere sotto le loro lame. Ma questo cancro minaccia di diffondersi in breve al vertice, reclamando Obama come suo genitore e vittima ultima.

[L'articolo è apparso su The Washington Times del 27-5-2010]

Note
[1] Lo scandalo “Watergate” — un residence di Washington che ospitava il quartier generale elettorale del Partito Democratico — scoppiò nel 1972 e portò all’impeachment e poi alle dimissioni dell'allora Presidente repubblicano degli Stati Uniti Richard Nixon (1913-1994), accusato di aver usato i servizi segreti per spiare l’avversario politico.

[2] La frase è contenuta nella IV sezione del II Articolo della Costituzione americana, che recita: "Il Presidente, il Vice Presidente e tutti i funzionari civili degli Stati Uniti, saranno rimossi dai loro uffici se incriminati e dichiarati colpevoli di tradimento, corruzione o altri alti (gravi) crimini e malefatte".
[3] L’acquisto di voti di deputati della Louisiana; l’ironia sta nell’usare l’identica terminologia con cui si denomina l’acquisto del territorio della L. dalla Francia di Napoleone nel 1804.
[4] Noto anche come “Nebraska Compromise” è uno scambio proposto nel dicembre del 2009 dal leader della maggioranza democratica al Senato americano Harry Reid al senatore democratico del Nebraska Ben Nelson al fine di assicurarsi il suo voto a favore del disegno di legge "Patient Protection and Affordable Care Act", voto che avrebbe fornito ai democratici i sessanta voti richiesti per bloccare l’ostruzionismo repubblicano.


domenica 23 maggio 2010

OBAMA IL PACIFICATORE

L’Iran è in marcia. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha ancora una volta sfidato l’Occidente e il presidente Obama nel suo piano per acquisire armi nucleari. L’uomo forte fascista persiano è a pochi passi dal dotare di armi nucleari il suo regime rivoluzionario sciita al fine di distruggere Israele e di ricattare l’Occidente.
    In settimana, l’Iran ha sottoscritto un importante accordo nucleare con la Turchia e con il Brasile che autorizza Teheran a tenere in deposito le sue scorte di uranio a basso arricchimento in un Paese terzo in cambio del 20% di uranio arricchito che andrà ad alimentare un reattore destinato alla ricerca medica. L’accordo è molto simile a quello offerto dall’amministrazione Obama in ottobre.
    Anche se c’è una differenza cruciale: avendo fatto grossi passi avanti nella possibilità di dotarsi di uranio arricchito, l'Iran ha scorte nucleari a sufficienza per costruirsi una bomba. In altre parole l’accordo dà all’Iran la copertura diplomatica necessaria a sostenere di stare collaborando con la comunità internazionale mentre, ciononostante, sta perseguendo le sue ambizioni nucleari.
    Ahmadinejad ha ancora una volta manipolato Obama. Il dittatore nazi-persiano si è mostrato più scaltro e più muscoloso delle colombe della sinistra transnazionale. Sul programma nucleare iraniano è riuscito a dividere l’opinione pubblica mondiale. Invece che isolarsi sempre più diplomaticamente, l’Iran sta attirando dalla sua parte Paesi tradizionalmente alleati degli Stati Uniti come la Turchia e il Brasile. La politica d'impegno diplomatico di Obama ha fallito miseramente.
    La reazione del Segretario di Stato Hillary Clinton è stata quella di fare ulteriori pressioni perché l’ONU approvi un piano di sanzioni contro l’Iran. L’Amministrazione si vanta di avere conquistato l’appoggio di Cina e Russia. Resta il fatto che quelle sanzioni sono per lo più simboliche: una dimostrazione dell’unità delle grandi potenze contro la spinta di Teheran per procurarsi la bomba. Ma non mostra abbastanza i denti da convincere i mullah irariani ad abbandonare i loro programmi nucleari. È il trionfo dell’apparenza sulla sostanza.
    Nel corso degli ultimi sedici mesi, la politica estera di Obama è stata all’insegna della diplomazia del nucleare. A differenza del “cowboy unilateralista”, l’ex presidente George W. Bush, Obama ha auspicato di assicurare la pace al mondo mediante la diplomazia del multilateralismo. L’amministrazione Obama aveva promesso che l'uso del “potere morbido” — negoziati e pressioni di natura economica — avrebbe tenuto l’Iran a bada.
    Ecco perché Obama ha diminuito il sostegno dell’America al movimento dissidente democratico iraniano che ha messo in discussione l'esito fraudolento delle elezioni dell’anno scorso e si rifiuta di condannare lo Stato islamico di polizia di Teheran. La sua mano è rimasta tesa, nonostante Ahmadinejad lo abbia pubblicamente e costantemente criticato fino allo scherno in pubblico.
    Obama ha sacrificato i diritti umani e la promozione della democrazia sull’altare dell'appeasement.
    Il risultato è un Iran ancora più forte. La mossa diplomatica di Obama sta conducendo a un disastro geopolitico. Negli ultimi sedici mesi l’Iran ha triplicato le scorte di uranio arricchito. Ha acquistato componenti-chiave per le armi nucleari come i meccanismi d'innesco di una bomba. Ha acquisito la capacità di sviluppare in maniera autosufficiente un sistema di missili nucleari. Sta costruendo sottobanco un numero sempre maggiore di impianti nucleari. Ha rinforzato la sua presa su Hamas e su Hezbollah e ha trasformato il sud del Libano in uno mini-Stato controllato da Hezbollah. Ha fatto della Siria una sorta di vassallo politico. Aiuta i talebani in Afghanistan. Si sta ritgliando una sfera di influenza in Iraq. Sta costruendo un’alleanza anti-americana con il Venezuela di Hugo Chavez. In breve, il vuoto di potere statunitense in Medio Oriente è riempito dal radicalismo islamico espansionista di Teheran.
    Ahmadinejad è l’Hitler del nostro tempo. Il tiranno nazi-persiano è uno sciita rivoluzionario che vuole instaurare un impero musulmano mondiale. Il suo obiettivo confessato è di favorire, facendogli da apripista, la venuta del messia islamico, il cosiddetto “Imam nascosto” che arriverà solamente quando la Terra sarà consumata in “una grande palla di fuoco”. E sarà il fuoco dell’Armageddon nucleare. Per Ahmadinejad, l’Iran deve ottenere la bomba al fine di garantire la vittoria finale dei musulmani sugli infedeli.
    Ecco perché ha auspicato la “cancellazione di Israele dalle carte geografiche”. Per la stessa ragione invoca la distruzione dell’Occidente e specialmente del suo paladino più forte, l’America. Ahmadinejad non è un tradizionale imperialista persiano, e nemmeno un dittatore mediorientale di vecchio stampo: è un pazzo apocalittico, che vuole diffondere la sharia sui “cadaveri imputriditi” degli ebrei e dei cristiani. Il suo regime costituisce una minaccia mortale per il mondo.
    Obama si è rivelato un pasticcione proprio con la più seria delle sfide di politica estera che si è trovato ad affrontare da quando ha assunto l’incarico. Il tempo per la diplomazia è finito. Solo l'azione militare ora può fermare Ahmadinejad.

[L'articolo è stato pubblicato su The Washington Times il 21-5-2010]

domenica 16 maggio 2010

OBAMA, IL DISTRUTTORE

Il Presidente Obama sta rivoluzionando la Corte Suprema. La sua recente nomina all’Alta Corte del procuratore generale Elena Kagan è quella di una sinistrorsa radicale in linea con il programma di trasformazione socialista di Obama: la Kagan infatti non è un membro della Corte indipendente e autorevole, bensì solo un clone ideologico di Obama.
    La Corte Suprema è il corpo giurisprudenziale più elevato della nazione. Esso rappresenta il vertice di un potere separato dello Stato incaricato di svolgere il ruolo-chiave di meccanismo di controllo reciproco dei poteri esecutivo e legislativo. Il funzionamento di una democrazia fondata sullo Stato di diritto dipende da una magistratura indipendente e in special modo dall’esistenza di un’assise suprema immune dalle grinfie corrosive del potere politico.
    Ecco perché i dittatori e gli autocrati socialisti cercano spesso di controllare la corte suprema del loro Paese: imponendo la loro volontà all’alta corte possono piegare il potere giudiziario nazionale al loro dominio. Dominare l’alta corte significa rimuovere uno dei maggiori baluardi istituzionali per consolidare il proprio potere sullo Stato. Ecco perché, i nostri Padri Fondatori ritenevano che i membri della Corte Suprema dovessero essere individui della massima intelligenza, carattere, integrità morale, indipendenza politica, equanimità. Essi non sono e non dovrebbero mai essere mercenari di parte.
    La signora Kagan è inadatta a sedere nell’alta corte: è un funzionario di apparato incompetente, il cui unico fine è di far progredire ciecamente il progressismo rivoluzionario di Obama. Non possiede alcuna esperienza giudiziaria: non è stata giudice nemmeno una volta. Il suo bagaglio di processi affrontati è misero. Non è né un avvocato completo, né un giurista: non è certo un nuovo Oliver Wendell Holmes[1].
    I suoi apologeti liberal sostengono che la Kagan ha una mentalità giuridica di prim’ordine. È un’accademica, è stata rettore della Harvard Law School: il che si pretende basti a qualificarla come membro della Corte Suprema. Ma non è così: a differenza di altri costituzionalisti, la Kagan non ha scritto un solo libro. La sua bibliografia è limitata e superficiale. Al di là di parecchi articoli e recensioni, non ha prodotto alcunché di significativo: è un mediocre burocrate, che si è segnalata per lo più nell’arrampicarsi sul palo scivoloso della politica accademica.
    Inoltre, la Kagan è stata un amministratore corrotto, che ha chiuso un occhio sui plagi attuati da importanti membri della facoltà di Harvard. Di fronte alla prova schiacciante che gli studiosi Laurence Tribe e Charles Ogletree — due dei leader liberal del campus — avevano estratto parola per parola materiali dagli scritti di altri autori, si è limitata in concreto a dar loro una punizione simbolica. Se uno studente avesse commesso lo stesso illecito, sarebbe stato giustamente sospeso o espulso. La Kagan ha avallato che esista un sistema a due livelli: delle regole valide per gli accademici di sinistra e delle altre per il corpo studentesco.
    In qualità di rettore ha impedito l’accesso al campus ai propagandisti militari. Ragione: era contraria alla politica del “non domandarlo, non dirlo” applicata nei confronti degli omosessuali nell’esercito. La sua opposizione attiva al reclutamento militare è avvenuta in tempo di guerra, quando le truppe americane stavano combattendo e morendo in Iraq e in Afghanistan e avevano bisogno di ogni soldato e ufficiale utile. Ma il liberalismo dogmatico della Kagan s'è infischiato del patriottismo.
    La vera e unica ragione per la quale la Kagan è stata prescelta è che si tratta di una ideologa faziosa. Ha lavorato come assistente politico nell’Amministrazione Clinton. È il procuratore generale di Obama, che discute davanti alla Corte Suprema i processi in cui è coinvolto il governo: aborto, diritti dei gay, “affirmative action[2], preghiera a scuola, guerra al terrore, legittimità costituzionale dell’Obamacare: la Kagan seguirà la linea di Obama in ogni frangente.
    La Kagan non è semplicemente una liberal tradizionale. Come il suo capo Obama, è una che si sforza di costruire uno Stato socialista all’europea. È anti-capitalista, nella sua tesi di laurea ha tessuto le glorie delle agitazioni socialiste avvenute in America nella prima parte del XX secolo, in cui si confermava che la sua meta finale è il rifiuto del libero mercato.
    È anche una strenua sostenitrice delle leggi anti-discriminazione all’europea. In un articolo del 1996 nella University of Chicago Law Review, la Kagan ha fatto appello alla “normalizzazione della parola”. Sulle orme della sinistra europea, ha fatto chiesto al governo di limitare o proibire i discorsi che possano provocare "danno" sia direttamente, sia incitando altri a commettere atti di violenza. In altre parole, vuole che sia dato alle classi protette, cioè a gay e lesbiche, mussulmani, minoranze, donne, uno status privilegiato limitativo del diritto alla libertà di parola. Queste leggi contro l’incitazione all’odio sono state finora usate per delegittimare e per criminalizzare le opinioni conservatrici.
    Nello stesso articolo, la Kagan sostiene pure che il governo ha il "diritto" di "razionalizzare" la "sovrabbondanza di idee" che c’è nel mercato. In altri termini, se c’è un’idea che all’élite liberal al governo non piace, allora il dibattito a riguardo può essere "normalizzato" per garantire una maggiore equità. E in questo si sente l'eco di quel disegno a lungo covato dalla sinistra di abbattere il predominio dei conservatori nei talk show radiofonici.
    Il liberalismo occidentale sta slittando verso la tirannia multiculturale. In Europa, il totalitarismo morbido sta diventando una realtà. Il cristianesimo viene epurato dallo spazio pubblico; le opinioni autenticamente conservatrici sono emarginate; lo statalismo si è radicato. E il Cavallo di Troia di questa aggressione alla libertà dell’uomo sono le cosiddette leggi contro l’incitamento all’odio. Usando una magistratura “imperialista”, gli attivisti di sinistra si stanno impegnando in un esperimento d’ingegneria sociale di massa.
    Lo stesso sta accadendo in America. Se la Kagan sarà confermata, Obama farà un altro passo verso la riforma della Corte Suprema a sua immagine. La sua prima nomina, il giudice Sonia Sotomayor, la "saggia latina", è ai già suoi comandi: la Kagan lo sarà prossimamente. Obama ci sta lentamente trasformando in una Europa. Quando avrà conquistato nella Corte Suprema la maggioranza dei giudici, la sua rivoluzione sarà completa. E l’America tradizionale non esisterà più.

[L'articolo è apparso su The Washington Times il 14-5-2010]

Note
[1] Oliver Wendell Holmes, Jr. (1841-1935) è stato un celebre giurista americano, membro della Suprema Corte dal 1902 al 1932.
[2] L’affirmative action è uno strumento politico che mira a ristabilire e promuovere principi di equità razziale, etnica, sessuale e sociale.

lunedì 10 maggio 2010

LA PSICOSI DI OBAMA



Il Presidente Obama è in lotta con la realtà: questo è il problema centrale della sua presidenza.
    L’arresto del sospetto terrorista di Times Square Faisal Shahzad viene celebrato dai media dell’establishment progressista come un trionfo dell’amministrazione Obama: è stata infatti impedita un’atrocità terroristica; Shahzad è stato catturato prima che il suo aereo potesse decollare per Dubai.
    Ma le colonne dei media non tengono conto di un fatto sostanziale: siamo stati fortunati. La sola ragione per cui l’autobomba di Shahzad non è scoppiata nel cuore di Manhattan-centro durante un trafficato sabato sera è stata l’imperizia dell’attentatore: il detonatore non ha funzionato come doveva. Altrimenti, vi erano tutti i requisiti — il Pathfinder parcheggiato in una posizione strategica, le bombole di gas, le latte di propano e fertilizzante — per la riuscita di un mortale attentato jihadista inteso a provocare quante più vittime possibile.
    Ciò è inaccettabile: l’attentato esplosivo rivela ancora una volta l’incapacità di Obama di proteggere l’America dal terrorismo islamistico. Durante il suo mandato sono aumentati gli assalti terroristici e i mancati attentati sul suolo americano. Gli estremisti musulmani hanno preso di mira sinagoghe a New York ed edifici federali a Dallas; nel settembre scorso è stato sventato un piano per far esplodere una bomba nella sotterranea di New York; in novembre il massacro di Fort Hood ha provocato l’uccisione di tredici militari in servizio. La vigilia di Natale quello che è stato chiamato “il terrorista delle mutande” è arrivato a un pelo dal far saltare un volo della United Airlines in avvicinamento a Detroit. Ciascuno di questi atti, che sia abortito o meno, rappresenta un palese ripudio della politica di appeasement di Obama. Invece di inaugurare una nuova era di pace e di coesistenza, la distensione multiculturale sta incoraggiando le forze del jihad globale: i vari Shahzad in giro per il mondo avvertono giustamente la debolezza americana.
    Al cuore della dottrina Obama sta l’illusione che non esista una guerra contro il terrore. Secondo Obama e l’élite liberal, il fascismo islamico è un parto della fervida immaginazione di George W. Bush, un teorema concepito dai neoconservatori militaristi per giustificare l’invasione dell’Iraq e l’imposizione dell’impero americano al Medio Oriente.
    Ecco perché Obama ha cercato di sopprimere la maggior parte dell’eredità di Bush: le truppe statunitensi saranno richiamate dall’Afghanistan la prossima estate e il Presidente afghano Hamid Karzai abbandonato; Israele è minacciato; nessuno sostiene più la democrazia e i diritti umani nel mondo arabo; Washington è in cerca di un riavvicinamento con Iran e Siria; Guantanamo sarà chiusa; i terroristi verranno giudicati da tribunali civili. Mentre Obama chiede perdono per le "ingiustizie" americane commesse in Medio Oriente, termini come "musulmano”,"islam" o "estremismo islamico" vengono censurati nei documenti della sicurezza nazionale. 
    In breve, il presidente sta trasmettendo al Paese l’idea che l’America non vede più nell’islam radicale un nemico. Obama vuole disperatamente andar d’accordo con tutti, ma gl’islamisti, al contrario, non lo vogliono e rimangono sordi ai suoi proclami di speranza e di cambiamento: di fatto il loro disprezzo per lui e per l’America è in fase crescente. Come tutti i sinistrorsi postmoderni, Obama rifiuta di accettare la verità fondamentale della natura umana: la perenne esistenza del male. Non tutti vogliono andare d’accordo con gli altri: alcuni popoli, culture e ideologie sono irrimediabilmente malvagi e decisi a espandersi in maniera imperialistica e genocida. La loro voglia di potere e di dominazione non può essere frenata. La storia è piena di tali popoli: gli Unni, gli Aztechi, i Mongoli, i Turchi ottomani, la Germania nazionalsocialista, il Giappone imperialista, la Russia sovietica, la Cina comunista. In ultima analisi, l’unica soluzione con loro è reprimerli: l’appacificamento li esorta solo ad aggredire.
    Il bombarolo di Times Square rivela il narcisismo campanilistico che affligge il radicalismo contemporaneo. Shahzad sembrava il classico convertito al sogno utopistico dell’editorialista del New York Times Thomas Friedman, cioè un mondo fondato sul consumismo e sulla globalizzazione. Shahzad è infatti un immigrato pakistano diventato cittadino americano. Il Paese che tradito e rifiutato gli ha fornito il visto d’immigrazione, una istruzione universitaria, un lavoro presso una prestigiosa ditta di marketing, una casa nella cintura suburbana del Connecticut: in altre parole, gli ha offerto il sogno americano.
    Invece di essergli grato, è divenuto affiliato della jihad globale nel natio Pakistan; ha preferito i campi di addestramento dei talebani a Peshawar a McDonald’s e a Blockbuster: la spada e la mezzaluna erano troppo affascinanti per lui.
    Fin dal VII secolo, l’islam radicale è in stato di guerra con l’Occidente: ha sgombrato la Penisola Arabica dalla presenza di quasi tutti i cristiani e gli ebrei. Durante il Medioevo ha conquistato ampie fette dell’Europa, dalla Spagna e da parte della Francia alla Sicilia e ai Balcani. Gl’islamisti odierni cercano di restaurare il califfato globale del Medioevo. I loro scopi non sono razionali o limitati, bensì totalitari e universali.
    Vi è qualcosa di stranamente perverso in una visione del mondo che vede la maggior minaccia venire dalle vecchie signore dei raduni del Tea Party che alzano cartelli anti-Obama piuttosto che dagli omicidi di massa jihadisti. Obama rifiuta di denunciare Shahzad — o altri — come terrorista islamico: il massimo che è riuscito a mettere insieme è che la cattura del pakistano-americano è "un altro segno dei tempi in cui viviamo che fa riflettere": dichiarazione, questa, non del tutto churchilliana.
    Ma quando si mette a bastonare il movimento dei Tea Party, Obama è più che disposto a battere i pugni sul pulpito e a suonare gli squilli di battaglia. Li ha chiamati "tea baggers" [cioè qualunquisti di destra, che strillano talmente forte contro il governo da non vedere nemmeno i vantaggi che la sua politica crea loro; lo stesso termine è usato per una stravagante pratica erotica: di qui la sordidezza dell’appellativo che Kuhner sottolinea (ndr)], con un termine sordidamente diffamatorio che lascia intendere che si tratta di cripto-razzisti, che potrebbero ripetere atti di violenza come quelli di Timothy McVeigh, il terrorista di Oklahoma City del 1995. I suoi alleati democratici nei media li accusano a loro volta di essere dei “suprematisti bianchi" e degli "estremisti interni". Il sindaco di New York Michael R. Bloomberg, prima dell’arresto Shahzad, è arrivato a dire che forse il colpevole andava cercato fra gli avversari dell’Obamacare, il piano sanitario nazionale di Obama. E questo viene detto dal sindaco di una città che l’11 settembre 2001 ha perso tremila persone.
    La voglia di equiparare gli attivisti del Tea Party — pacifici e rispettosi della legge, che non hanno mai commesso alcun crimine, né attentati a base di bombe o decapitazioni — a dei fanatici omicidi non è solo delirante: riflette anche una psicosi ideologica, un istinto di morte che rifiuta di affrontare la minaccia collettiva del fascismo islamico.
    La prossima volta potremmo non essere così fortunati. E la negazione dogmatica che Obama fa della guerra contro il terrore significa solo che altro sangue americano sarà versato nelle nostre strade.

[L'articolo è apparso su The Washington Times del 7-5-2010]

martedì 4 maggio 2010


DIFFAMARE IL TEA PARTY


    I liberal stanno presentando il movimento Tea Party[1] come propagatore di violenza e di sedizione. Nel corso di una recente apparizione al The Chris Matthews Show della NBC Joe Klein, editorialista di Time, ha detto che molta della retorica politica infiammata, «[...] specialmente le [dichiarazioni] provenienti da gente come Glenn Beck e, in certa misura, da Sarah Palin, sfiorano davvero la sedizione».
    Naturalmente la sedizione è un crimine: è la rivolta o l’incitamento alla rivolta contro l’autorità dello Stato. Il messaggio di Klein è dunque chiaro: le critiche di parte conservatrice al Presidente Obama equivalgono a un tradimento, specialmente se vengono dagli adepti al Tea Party, i quali esprimono in genere la loro disapprovazione del governo con raduni di protesta.
    Per non essere da meno, l’ex Presidente Bill Clinton ha sfruttato il quindicesimo anniversario dell’attentato terroristico di Oklahoma City[2] per paragonare il partecipanti al Tea Party a dei Timothy McVeigh in potenza.
    «Forza, andate a combattere, fate quello che volete — ha detto Clinton nel suo discorso —. Non dovete per forza essere gentili: potete essere anche duri. Ma dovete stare molto attenti a non far ricorso alla violenza e a non oltrepassare il segno».
    In un intervento di opinione su The New York Times ha poi scritto: «Esiste una grande differenza fra criticare una politica o un politico e demonizzare il governo».
    Queste prese di posizione di Klein e di Clinton sono fuori dalla realtà. Costoro sono ignoranti oppure propagandisti a buon mercato, nonché calunniatori deliberati degli attivisti del Tea Party. Il movimento del Tea Party è pacifico e rispettoso della legge. Si tratta di una pubblica manifestazione di rabbia contro l’espansione senza precedenti del potere dello Stato attuata da Obama e di una forma di libera associazione legale e non violenta che è americana come la mamma e la torta di mele.
    Le accuse contro gli esponenti del Tea Party non sono solo false, ma anche sfacciatamente ipocrite. Durante la presidenza di George W. Bush, il mantra, la litania, della sinistra era “il dissenso è la forma più alta di patriottismo”: apparentemente, questo vale però solo quando alla Casa Bianca abita un repubblicano.
    Ancora, la sinistra contro la guerra si è espressa in passato in critiche così dense di odio da rendere i raduni del Tea Party simili a picnic domenicali. Bush veniva abitualmente paragonato al dittatore nazionalsocialista Adolf Hitler e denunciato come criminale di guerra. Le manifestanti del Code Pink[3] innalzavano simboli che incitavano a uccidere Bush, il quale veniva regolarmente accusato di essere un bugiardo, un imperialista e un fascista. Secondo la letteratura di sinistra il Partito Repubblicano aveva eretto una giunta militare di destra: “Bush-Cheney-Hitler-Halliburton[4]” era il grido del movimento contro la guerra. “Bush ha mentito, la gente è morta” [“Bush lied, people died”], era un altro degli slogan di allora: non erano i conservatori, ma i progressisti che attaccavano Bush ad adottare una retorica incendiaria e violenta.
    Klein e Clinton tacquero quando Hollywood demonizzava Bush, per esempio nel film spregevole e apertamente falso di Michael Moore Fahrenheit 9/11 e così fecero quando l’ex Vice Presidente Al Gore sosteneva che Bush aveva “tradito questo Paese”.
    I democratici e i loro alleati nei media hanno cercato di screditare e di delegittimare la crescita del movimento del Tea Party.
    Hanno tentato di dipingerlo come un gruppo di scontenti razzisti, estremisti, omofobi, assertori della supremazia dei bianchi, nonché di vecchi segretamente nostalgici dei tempi di Jim Crow[4]. Ma tutto questo non è servito: ecco perché la nuova mossa di attacco è di sussurrare che i sostenitori del Tea Party sono simpatizzanti di Timothy McVeigh: fanatici del diritto alle armi e jihadisti anti-governativi che complottano per abbattere con la violenza l’amministrazione Obama. La carta della razza è stata sostituita dalla carta della violenza.
    Gli attacchi contro il Tea Party sono un segnale di disperazione, sono l’ansimare selvaggio e furibondo di un regime liberal corrotto e sclerotico, traballante e sulla via del crollo. L’agenda radicalsocialista di Obama è diventata profondamente impopolare e la maggioranza degli americani crede che la sua politica statalistica sia fallita.
    Ma l’obamismo è qualcosa di più che un tentativo d’imporre il liberalismo statalista del big government a una popolazione che non lo vuole: è una forma di liberalfascismo che minaccia di staccare per sempre l’America dalle sue radici tradizionali e costituzionali.
    Contrariamente alla nozione consueta, fascismo e marxismo non sono opposti ideologici, ma piuttosto gemelli politici maligni, ciascuno dei quali rappresenta una variante di socialismo. Invece di proporsi come campione del proletariato internazionale e della rivoluzione della classe operaia, questo fascismo esalta il primato del collettivismo economico e della razza. È anti-capitalista e anti-semita; propugna una politica basata sull’identità razziale e sullo stato corporativo; si fonda sulla rivoluzione permanente, prendendo di mira un’intera classe della società accusandola di essere composta da rozzi reazionari che ostacolano il progresso della nazione e la modernizzazione della società.
    Cosa più importante, crede nel principio di autorità sul modello del Führer: la nozione, cioè, secondo cui un leader carismatico e messianico incarna le aspirazioni più alte e la volontà collettiva delle masse e opporsi al leader equivale dunque a tradire o, nel gergo di Klein, a "sedizione".
    Negli scorsi quindici mesi Obama ha coinvolto l’America in un disegno nazionalsocialista: ha de facto nazionalizzato le grandi banche, il settore finanziario, il sistema sanitario, i fabbricanti di auto e i prestiti agli studenti. Adesso vorrebbe porre l’economia sotto il controllo federale per mezzo della legge del “cap-and-trade”. La sua politica sta instaurando una sorta di corporativismo: l’alleanza del grande capitale e dei ceti lavoratori più forti sotto un regime statalizzato.
    All’estero, Obama sostiene apertamente dittatori socialisti come il venezuelano Hugo Chavez e il cubano Fidel Castro, che esalta l’Obamacare come un “grande" successo. Sta cercando di istituire una partnership con la Cina comunista e con la Russia di Vladimir Putin. È il presidente più anti-israeliano della storia degli Usa, in quanto cerca di stornare il sostegno americano dallo Stato ebraico.
    In casa, i suoi sostenitori stanno erigendo il culto della sua personalità, denigrando l’opposizione a Obama definendola motivata da ragioni razziali e illegittima. I media liberal sono ossessionati dal colore della pelle e dal numero di bianchi, neri e ispanici che partecipano ai raduni del Tea Party. La politica dell’uguaglianza razziale è diventata la lente ideologica attraverso la quale la sinistra pro-Obama guarda: costoro vedono dappertutto la razza e proiettano la loro ossessione sui critici di Obama, cercando di diffamarli.
   Opporsi al socialismo, a un debito pubblico stellare e alla spesa statale a ruota libera non è tradimento o razzismo: è invece patriottismo razionale e ispirato al buon senso. I tentativi di demonizzare il Tea Party si riducono solo nell’indebolire ulteriormente la credibilità di Obama e la sua stima presso il popolo americano.
  
Note
  [1] Movimento popolare di protesta contro l'attuale governo federale americano che s'ispira al "Boston Tea Party", ossia all'assalto delle navi inglesi cariche di tè, che nel 1776 fu la scintilla che fece scoppiare la Guerra d'Indipendenza.
  [2] A Oklahoma City vi fu un attacco terroristico il 19 aprile 1995 contro un edificio federale in cui morirono 168 persone e ne rimasero ferite oltre 800. Dell'attentato fu riconosciuto autore (1968-2001), reduce della Guerra del Golfo del 1991 che fu giustiziato l’11 giugno 2001 tramite iniezione letale.
  [3] Associazione di donne contro la guerra americana in Iraq.
  [4] La Halliburton è un'azienda multinazionale di Houston in Texas specializzato in lavori pubblici e nello sfruttamento dei giacimenti petroliferi,per la quale ha lavorato l’ex Vice Presidente Dick Cheney. L’azienda è stata accusata di avere spinto per l’impegno americano in Iraq per ragioni commerciali
  [5] Le leggi dette “Jim Crow” — dalla caricatura del negro americano contenuta in una canzone popolare — furono delle leggi locali e dei singoli stati degli Stati Uniti d'America emanate tra il 1876 e il 1965 intese a mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, istituendo uno status definito di "separati ma uguali" per i neri americani e per i membri di altri gruppi razziali diversi dai bianchi.
 
[23 aprile 2010]


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