"RIGHT IS RIGHT, LEFT IS WRONG"

sabato 23 ottobre 2010

Annientare i democratici
Gli elettori si preparano a vendicarsi 
dello strafare di Obama


    I democratici sono alla vigilia di una sconfitta storica. Due anni giusti or sono, il partito sembrava dar vita a una coalizione di governo del tutto maggioritaria, controllando il Congresso, governatorati-chiave e molti organi legislativi degli Stati. E con l’elezione del 2008 del presidente Obama, i democratici riuscirono a occupare anche la Casa Bianca.

    Il Paese si era spostato verso il centro-sinistra. Gli elettori erano disgustati dell’aministrazione Bush, specialmente del malgoverno dei repubblicani, della dura recessione economica e del protrarsi delle guerre in Medio Oriente. Il repubblicanismo di Bush e di Cheney aveva danneggiato il marchio conservatore. I democratici ebbero così un’opportunità d’oro per instaurare sulle macerie repubblicane un duraturo regime liberale pragmatico .

    Ma l’hanno sciupata. Invece di concentrarsi sulla ripresa economica, sulla creazione di posti di lavoro e sulla vittoria nella guerra contro il terrorismo, l’amministrazione Obama ha usato la sua imponente maggioranza al Congresso per espandere i poteri dello Stato. Di fatto, se Obama avesse esercitato una leadership responsabile — tagliando la spesa, accorciando il disavanzo, portando avanti politiche di crescita e operando riduzioni di tasse permanenti alla classe media — sarebbe oggi in una condizione assai diversa. L’economia sarebbe in crescita. I sondaggi a suo favore non sarebbero un fiasco totale. E il suo partito non sarebbe di fronte a un’ondata politica ostile che sembra una marea.

    Obama è un ideologo radicale: preferisce il socialismo al pragmatismo e vuole rifare l’America invece che rivitalizzarla. Fin dal principio, il suo obiettivo è stato creare una socialdemocrazia basata su interessi corporativi, ovvero un conglomerato di organi pubblici di scala mai vista in America e che ricorda le dittature marxiste. Nei primi venti mesi della sua presidenza è stato ovunque e dappertutto: a ricevere il premio Nobel per la Pace (anche se non ha fatto un bel niente), è apparso a più riprese sulla copertina dei settimanali nazionali e in trasmissioni televisive, beneficiando dell’instancabile adulazione servile da parte dei media istituzionali.

    Tuttavia, mentre i media  lo incoronavano nuovo imperatore (di sinistra), lo scontento dei suoi sudditi, sottoposti al giogo imperiale dei democratici, cresceva. Obama si è alienato le simpatie della Middle America per un’unica e semplice ragione: la sua politica sta salassando il Paese fino all’ultima goccia e sta “spezzando le reni” alla nazione.

    Obama ora è visto, a ragione, come un individuo che ha pericolosamente perso contatto con la realtà, talmente è consunto dal potere, dalla hybris e dall’arroganza da non vedere il disprezzo che gli riservano molti degli americani. Ma questi lo vedono per quello che egli è realmente: un rivoluzionario progressista post-nazionale, che cerca di insediare una nuova classe dirigente liberal: questa è l’essenza della sua presidenza.

    Obama ha fatto ingoiare l’Obamacare al Congresso e alla maggioranza del popolo americano, abusando delle procedure legislative, rifiutando di sottoporre all’esame del suo grandioso programma sanitario dalle commissioni congressuali. La sua amministrazione si è impegnata in palesi operazioni di tangenti e di corruzione per far pressione sugli elettori-chiave: lo dimostrano i casi “Louisiana Purchase”, “Cornhusker Kickback”, nonché l’offerta di posti di giudice a fratelli di deputati. Ma, cosa peggiore di tutte, Obama ha mentito: ha promesso che la sanità statalizzata avrebbe abbassato i costi e non incrementato il deficit.         Mentre lo smisurato “diritto alla salute” costerà ai contribuenti almeno mille miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, se non molto di più. Imporrà il razionamento delle cure e ne abbasserà la qualità. L’Obamacare non è altro che l'ennesimo costoso piano di allargamento dei diritti che non possiamo permetterci.

    Obama ha promesso che la sanità sarebbe stata un fattore della vittoria dei democratici a novembre. Ma si è rifiutato di farne oggetto di campagna elettorale. E questo perché persino lui sa che è un tema profondamente impopolare. Ha chiesto ai suoi amici democratici, molti dei quali non volevano, di sbrigarsi a votare la legge, poi li ha abbandonati a nuotare in acque infestate da squali.

    Obama ha aggredito quasi tutti i settori della società: ha nazionalizzato l’industria automobilistica, il settore finanziario e il sistema di prestiti d’onore agli studenti dei college. Il suo regime ha proposto la regolamentazione dell’uso di Internet. I suoi alleati in Congresso vogliono mettere il bavaglio alle radio conservatrici facendo passare la cosiddetta “dottrina della imparzialità”. Ha nominato parecchi zar politici con poteri a livello di Gabinetto, aggirando la normale procedura di conferma senatoriale. Il suo Dipartimento della Giustizia sta mettendo sotto inchiesta l’Arizona per aver tentato di proteggere i suoi cittadini dai cartelli della droga messicani e dagl’immigrati clandestini criminali. Ha tagliato i fondi al programma di popolamento dello spazio della NASA, facendo venir meno la posizione di vantaggio strategico che l’America aveva nella corsa allo spazio. I soli tagli di spesa che ha effettuato sono stati la riduzione di 100 miliardi di dollari del budget del Pentagono, indebolendo così la nostra capacità militare.

    Ma il suo peggior crimine, l’unico per il quale egli non può e non deve mai essere dimenticato, è aver accumulato un mastodontico deficit pubblico. La sua amministrazione ha fatto approvare a rate un disavanzo di migliaia di miliardi di dollari: ha accresciuto più lui il debito pubblico che non tutti i presidenti prima di lui, da George Washington a Ronald Reagan, messi insieme. È in via di accumulare 10mila miliardi di dollari di debito nei prossimi dieci anni, una cifra incredibile, che nessuno Stato può mai sostenere. In breve, la politica di spesa-indebitamento di Obama sta seppellendo l’America sotto una montagna di inchiostro rosso [con cui si segnano le cifre negative]. La nostra sicurezza finanziaria e nazionale di lungo termine è minacciata.

    I risultati sono stati disastrosi: i piani d’incentivo da 800 miliardi di dollari non sono riusciti a ripristinare la crescita, salvo quella del big government; l’inflazione sta salendo; il disavanzo commerciale si sta allargando; il dollaro crolla; la disoccupazione rimane ferma al 10 per cento circa; i capitali d’investimento e di affari sono in fuga; i pignoramenti di abitazioni continuano; la classe media affonda: sta subentrando la disperazione, mentre il Paese è alla deriva e la gente sta perdendo speranza.

    Ecco perché i democratici a novembre subiranno una disfatta. Se i numeri dei sondaggi odierni tengono, i repubblicani rivinceranno non solo alla Camera ma forse anche al Senato.       E sarà un duro e umiliante ripudio del programma radicalsocialista di Obama, che ha commesso il peccato capitale della politica: ha esagerato. E adesso arriva la resa dei conti.


[L'articolo è stato pubblicato su The Washington Times il 14 ottobre 2010]

lunedì 11 ottobre 2010

Il conservatorismo
di Michael Savage
Il conduttore di talk show scrive che l’Obamanomics equivale a «impoverire i poveri»


    Michael Savage[1] ha scritto un libro attuale e importante. Il fiero conduttore di talk radio, il cui programma The Savage Nation [La nazione di Savage, oppure, con un facile gioco di parole, La nazione selvatica] vanta quasi dieci milioni di ascoltatori alla settimana, ha scatenato un autentico jihad politico contro il presidente Obama.
    Impoverire i poveri: fermiamo l’assalto di Obama alle nostre frontiere, alla nostra economia, alla nostra sicurezza, pubblicato da Harper Collins, è un grido di dolore conservatore, un appassionato manifesto contro il programma radicalsocialista di Obama. Secondo Savage, il presidente è un sinistroide ancora in età adolescenziale, un narcisista la cui megalomania e i cui piani grandiosi minacciano di distruggere l’America tradizionale: «Il presidente Obama è come un bimbo spaccatutto che butta per terra un orologio di valore inestimabile che gli è stato dato in mano con estrema cura», scrive. «Senza rispetto per il valore di quello che tiene nella mano, con noncuranza lo frantuma sul pavimento e poi non riesce più a rimetterne assieme i pezzi».
    Savage chiama il presidente "Obama il Distruttore", perché il suo obbiettivo è quello di smantellare la sovranità e il libero mercato americani per instaurare al loro posto una socialdemocrazia multiculturale. Savage rivela che le politiche di Obama sono fondamentalmente non-americane e che Obama è il primo leader post-nazionale nella storia degli Usa.
    Egli avverte altresì che, lungi dall’essere un miope scolastico marxista, il presidente sta perseguendo una sistematica e deliberata strategia volta a plasmare uno Stato-bàlia all’europea. Obama non è semplicemente un progressista ingenuo, ma piuttosto un socialista rivoluzionario che professa una sorta di  "pan-leninismo". Come il fondatore della Rivoluzione bolscevica del 1917, Vladimir Lenin, Obama è un uomo dell’internazionale rossa, il cui sogno è quello di coinvolgere l’America in un grande disegno ideologico. Ecco perché ha fatto passare — contro la volontà del popolo americano — un nuovo sistema sanitario all’europea imperniato sullo Stato. Ecco perché sostiene con zelo le carbon taxes, la legislazione sul cap-and-trade, i massicci aumenti delle imposte sui redditi, la nazionalizzazione delle case automobilistiche e di gran parte del settore finanziario, gli enormi programmi di spesa e il finanziamento federale dell’aborto. Lo fa perché vuole che l’America diventi una fotocopia dell’Europa. Di fatto, Savage è convinto che il presidente sia un progressista transnazionalista, che crede fino in fondo in un governo mondiale universale basato sulle Nazioni Unite. Il capitalismo, lo Stato-nazione e l’eredità ebraico-cristiana dell’America vanno pertanto tutti gettati nella pattumiera della storia.
    Savage rivela che Obama sta decimando la classe media. La sua politica di tassazione e spesa sta creando una "povertà indotta". Milioni di americani stanno perdendo il lavoro, la casa e i mezzi di sostentamento per colpa della Obamanomics. L’America sta diventando un Paese a due livelli, uno popolato dai poveri che dipendono dai sussidi statali, l’altro, la nuova classe dirigente. Obama e i democratici, insieme ai loro alleati progressisti nel mondo dei media, dei sindacati e di Hollywood, cercano solo di rafforzare il loro potere. Non sono animati né da compassione, né da altruismo, ma solo dall’ambizione e dalla cruda e sfrenata brama di controllo della società.
    Il conservatorismo stile "one nation" di Savage non sta bene a molti esponenti dei media o addirittura della destra stessa. Egli è stato emarginato per anni, denunciato da molti liberal e da conservatori come un burino di destra o un bombarolo irresponsabile. Il suo vero crimine è tuttavia solo quello di essere, sebbene conservatore, un vero e proprio cane sciolto che non vuole far parte del decrepito e venale establishment del Great Old party (GOP). Savage sostiene che i repubblicani «[...] hanno violentato la signora Libertà per otto anni» durante l’amministrazione di George W. Bush: in breve, Savage non è il cagnolino del GOP.
    Non vi è alcunché di educato o di cauto nella sua politica: è un guerriero culturale, che non ha paura di sfidare la dominante ortodossia secolaristica e multiculturale. È contro l’aborto, tranne nel caso in cui la vita della madre sia a rischio. Pretende la chiusura della frontiera meridionale dispiegandovi migliaia di soldati americani. Vuole deportare tutti gl’immigrati illegali condannati per crimini di violenza. Crede che l’inglese debba essere la lingua ufficiale del Paese. È convinto che l’Occidente ha ingaggiato una lotta mortale contro l’islam radicale e che debbano essere usati tutti i metodi disponibili — inclusa l’analisi del comportamento – per vincere la guerra. In poche parole, Savage è una rarità nell’odierno Nuovo Ordine Mondiale: è un coriaceo nazionalista schierato per "la lingua, le frontiere e la cultura".
    Savage è disposto a dire in pubblico ciò che molti conservatori si limitano a sussurrare in privato. Ecco perché i suoi fan lo adorano e i suoi nemici lo disprezzano. È un uomo di un’altra generazione e di un altro tempo. La trasmissione The Savage nation è uno degli ultimo ridotti di libera espressione nei media, un ridotto  incontaminato dal politically correct. Savage è unico fra i principali conduttori conservatori di trasmissioni radio: non è un filo-repubblicano amante delle corporation, né un libertario materialista ossessionato dal profitto e dal porno, e neppure un sostenitore del liberismo senza frontiere. Al contrario, è un conservatore tradizionalista, schierato per Dio, la Patria e la famiglia. La sua popolarità continua a volare, a dispetto delle implacabili campagne di diffamazione scatenate contro lui, perché molti americani riconoscono che questa è la visione del mondo che ha fatto grande la nostra nazione e che è essenziale per restaurare la Repubblica.  

[L'articolo è apparso su The Washington Times del 7-10-2010]

[1] Savage conduce un talk-show per la Associated Press Radio di Washington DC.

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