"RIGHT IS RIGHT, LEFT IS WRONG"

lunedì 1 febbraio 2010


CONSERVATORI 
ALLA RISCOSSA


  La rivolta fermenta in tutta la Middle America. La storica vittoria del repubblicano Scott Brown sul candidato democratico Martha Coakley nelle elezioni tenutesi il 19 gennaio 2010 nel Massachusetts per un seggio al Senato ha provocato un’onda d’urto che ha investito l’intero panorama politico.
    Brown, infatti, in quattro mesi ha recuperato gradualmente uno svantaggio di trenta punti percentuali. Il fatto che rende il suo trionfo ancor più eccezionale è che si è verificato nel più “democratico” degli Stati. Per decenni, il Massachusetts è stato il baluardo del progressismo più radicale. Assistenza sanitaria estesa a tutti senza eccezioni, politiche ispirate all’ambientalismo e all’assistenzialismo più pervasivo, tasse alle stelle e permissivismo sul piano sociale: sono queste le caratteristiche dominanti della politica attuata nel Bay State.    La vittoria a sorpresa di Brown non è soltanto l’equivalente politico di un Davide che sconfigge Golia, ma rappresenta il crollo e la disfatta di un radicato establishment progressista.
    Muovendosi a tutti i livelli, la Casa Bianca sta ansiosamente cercando di evitare che la vittoria di Brown venga letta come un rifiuto popolare dell’agenda interna del presidente e, in particolare, dei suoi sforzi di far approvare una riforma sanitaria che incontra la vivace opposizione di parte della società civile. I democratici di stanza a Washington vanno spiegando che la sconfitta della signora Coakley è da attribuire a una campagna elettorale deprimente e sottotono.
    Il che è vero, ma solo fino a un certo punto: certamente quella del Procuratore Generale dello Stato era una candidatura debole, imposta dall’apparato del partito. Va anche detto, però, che Brown ha cavalcato l’onda di una crescente e generalizzata insofferenza nei confronti di uno status quo tendenzialmente corrotto.
    Scott Brown seppellisce la dinastia dei Kennedy: egli ha scatenato le forze latenti di un populismo refrattario alla sinistra, capaci di far a pezzi la presidenza Obama. Il conservatore “insorgente” che ha eletto Brown ha decretato quale sarà il modello per la campagna repubblicana per le elezioni di metà mandato del 2010.
    Brown non ama le mezze misure: auspica tagli fiscali alla Reagan ed energiche riduzioni della spesa pubblica; intende ripristinare la political accountability, la responsabilità del politico; si oppone a che i terroristi vengano processati da tribunali civili ed è scettico sulla tesi che l’eventuale "riscaldamento globale" abbia una origine umana. Inoltre, ha trasformato la sua campagna in un vero e proprio referendum sulla riforma sanitaria voluta da Obama. Una volta eletto — così si è impegnato solennemente prima delle elezioni —, sarebbe stato il quarantunesimo rappresentante repubblicano in Senato, ossia l’“uomo in più” indispensabile per attuare l’ostruzionismo in aula e quindi per affossare la riforma sanitaria. Da una parte il suo programma anti-obamiano, dall’altra l’immagine di uomo alla mano che si è costruita girando lo Stato a bordo di un grosso pick up, si sono rivelati troppo forti persino per l’oliata macchina propagandistica dei Kennedy.
    La sbalorditiva vittoria di Brown offre ai conservatori una occasione d’oro per costruire sui rottami della presidenza Obama una maggioranza di coalizione su base nazionale: quanto più Obama vira a sinistra, tanto più intensa si rivela infatti la reazione popolare.
    Il problema per la destra è verificare se l’establishment repubblicano intenda limitarsi a tradurre in un aumento di consenso per i propri candidati questo populismo insorgente e diffuso oppure lo voglia incanalare per spingerlo ad abbattere alla fine la deriva progressista verso il big-government, lo Stato burocratico dei democratici. Durante l’amministrazione di George W. Bush, il Partito Repubblicano è diventato succube dei difensori delle grandi corporation e del big-government, tradendo i suoi principi e i suoi sostenitori, entrambi conservatori. La “rivoluzione repubblicana” annunciata nel 1994 è fallita non per merito dei democratici, ma per colpa delle élite corrotte alla testa del partito.
    Per anni, è stata opinione corrente fra gli strateghi del Partito Repubblicano che i conservatori non avessero chance di vittoria in posti come il New England o nelle grandi aree della Rust Belt, le grandi aree industrializzate del nord-est del Paese. E così sceglievano candidati da country club alla William Weld, alla Jim Jeffords, alla Lincoln Chaffee, per poi vederli, uno dopo l’altro, perdere. Brown ha dimostrato quanto questo mito fosse inconsistente e che candidati conservatori indipendenti possono essere la scelta giusta ovunque.
    Naturalmente le cattive abitudini sono dure a morire. Se diamo uno sguardo, per esempio, alle primarie repubblicane tenute per le elezioni al Senato in Illinois che si svolgeranno il 2 febbraio (*), il vincitore potrebbe ritrovarsi a occupare il seggio che è stato di Obama. È da un po’ che l’Illinois pare premiare il Partito Democratico. E così i funzionari del Partito Repubblicano a Washington hanno deciso di schierare in Illinois uno dei loro, Mark Kirk. Il fatto che Kirk sia un repubblicano promotore della Great Society — le politiche rooseveltiane perseguite negli anni 1960 dal Presidente democratico Lyndon B. Johnson contro la povertà e la discriminazione razziale —, sia un abortista e abbia votato l’anno scorso a favore della mostruosa legge cap-and-trade — il commercio dei permessi d’inquinare nei limiti fissati dal governo — sulle emissioni industriali non attenua gli entusiasmi dei boss del partito. I conservatori dovranno stringersi attorno al rivale di Kirk, Patrick Hughes, un uomo d’affari di successo e attivista repubblicano da sempre. Hughes è un “nazionalista” alla Reagan, dice di voler abbassare le tasse, un governo dai poteri limitati e promuovere i valori della famiglia tradizionale e, infine, arginare l’immigrazione clandestina. In breve, è il vero avversario di Kirk: un outsider conservatore che potrebbe diventare lo Scott Brown dell’Illinois.
    Il fatto che i pezzi grossi del Partito Repubblicano non prestino attenzione e non sostengano un uomo come Hughes non è di buon auspicio. Il Partito Repubblicano non è tuttavia la casa in cui i conservatori più tradizionalisti siano obbligati, oggi come in futuro, a trovare rifugio. Piuttosto è un veicolo, un mezzo per conseguire obiettivi conservatori. Se il partito non vorrà o non sarà capace di assolvere a tale funzione, i conservatori dovranno andare altrove, anche a costo di fondare un terzo partito.
    Troppo a lungo i repubblicani hanno dato per scontato il sostegno dei conservatori. Costoro, pur prodigandosi sempre lealmente a vantaggio dei locali dirigenti del Partito Repubblicano, ottengono troppo poco in cambio. Ma la rivolta innescata da Brown si sta diffondendo in tutta la nazione.
   I repubblicani si avviano a vincere le elezioni del 2010 alla grande, ed è addirittura probabile che riconquistino la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso.
   Tuttavia, se si vuole che questa vittoria sia veramente significativa, i conservatori dovranno guardarsi non solo dai nemici liberal del Partito Democratico, ma anche da quelli che albergano nei ranghi dei repubblicani.

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(*) L'esito delle primarie dei repubblicani per il Senato, come paventato da Jeff, ha visto la vittoria del candidato “centrista” Mark Kirk sul conservatore Hughes. Questi i dati:
- Mark Kirk: voti 416.616 (56.6%)
- Patrick Hughes: voti 141.665 (19.3%)
(I dati sono tratti dal sito
http://en.wikipedia.org/wiki/United_States_Senate_elections_in_Illinois,_2010 >)
(nota del traduttore del 3/2/2010)

[Articolo apparso su The Washington Times di domenica 22 gennaio 2010]

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