"RIGHT IS RIGHT, LEFT IS WRONG"

martedì 20 aprile 2010

L'“ETA' OSCURA” DI OBAMA







   Il presidente Obama ha distrutto l’ultima superpotenza al mondo. L’America non è più il poliziotto globale. I nemici hanno smesso di tremare di fronte alla nostra potenza militare. I nostri avversari hanno smesso di trattarci con rispetto. Washington non ha più la volontà — o lo stomaco — di mantenere la sua egemonia.
    Questo è il vero significato del drammatico mutamento in tema di politica di sicurezza nucleare dell’Amministrazione. Il Nuclear Posture Review (NPR) annunciato questa settimana rappresenta uno spartiacque geopolitico: è la fine del momento americano, il punto in cui gli Stati Uniti rinunciano volontariamente alla loro leadership sulla scena internazionale.
    L’NPR stabilisce che Washington non userà mai le sue armi nucleari contro quegli Stati che ne sono privi che firmeranno il Trattato di non Proliferazione Nucleare (NPT). E questo anche se una di quelle nazioni attaccasse l’America con armi chimiche o biologiche. C’è un “invito a farsi largo” fatto all’Iran o alla Corea del Nord, entrambe firmatarie dell’NPT. Ovvero, se qualche gruppo terroristico legato a un Paese mediorientale ammazzasse milioni di americani facendo esplodere uno dei nostri impianti nucleari oppure ricorrendo alle armi batteriologiche come l’antrace, un attacco nucleare di ritorsione sarebbe escluso.
    Questo atto non fa che incoraggiare gli avversari dell’America che adesso sanno che Obama non ricorrerà in nessun caso all’arma finale — la bomba —, indipendentemente da quanto nefando possa essere il loro crimine. Come se non bastasse, l’NPR stabilisce che gli Stati Uniti non rimoderneranno i propri sistemi d’arma nucleari; piuttosto, Washington farà affidamento sulle vecchie testate e infrastrutture nucleari, regalando un vantaggio determinante alla Cina e alla Russia nel’escogitare tecnologie innovative per le armi nucleari.
    Obama pensa che l’NPR rappresenti un passo decisivo per il raggiungimento del suo obiettivo finale: un mondo libero da ordigni nucleari. E così, sta riducendo drasticamente l’arsenale americano e restringendo le condizioni alle quali un’arma nucleare può essere utilizzata.
    Il presidente è un fantasticatore di sinistra e, in quanto tale, vede nella bomba atomica la minaccia più grave che esista alla sicurezza internazionale. Ma si sbaglia: niente è stato più efficace per mantenere la pace nel mondo quanto la bomba atomica. Il deterrente nucleare ha evitato che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica venissero direttamente alle mani durante la Guerra Fredda. Per secoli, abbiamo visto grandi eserciti azzannarsi reciprocamente alla gola: le rivalità fra le grandi potenze si traducevano in bagni di sangue sui campi di battaglia. L’esistenza della bomba ha reso tutto questo obsoleto. Il vasto arsenale nucleare americano assicura che non entreremo mai in un conflitto militare di grandi proporzioni contro giganti come la Cina Rossa o la Russia imperiale.
    L’NPR significa anche che, se fossa combattuta al giorno d’oggi, gli Stati Uniti non potrebbero più vincere la Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico con le stesse armi di allora: le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e su Nagasaki. Contrariamente al mito progressista, l’uso della bomba non solo pose fine alla guerra, ma salvò un numero inverosimile di vite americane e giapponesi. Fu un atto di umanitarismo militare.
    Gli studiosi hanno stimato che un’invasione delle truppe statunitensi delle isole giapponesi avrebbe comportato la morte di più di 500.000 soldati americani e di milioni di civili giapponesi. È questa la ragione per cui la decisione del presidente Truman ebbe il supporto quasi unanime delle truppe e dell’opinione pubblica americane.
    Eppure, l’America che sconfisse la Germania di Hitler e il Giappone di Togo era una nazione diversa. Era una superpotenza in ascesa, pronta e capace di sconfiggere i suoi nemici a qualunque costo. L’America di Obama è esattamente l’opposto: provinciale, indulgente con se stessa, esausta e in ritirata. Ci spaventa persino il pensiero di usare armi atomiche. Questo non è un modo di governare illuminato: è codardia morale.
    Negli anni in cui George W. Bush era al governo, la sinistra progressista lo additava come un cowboy “unilateralista”, disposto ad andare da solo, anche a dispetto della forte opposizione dei benpensanti di Germania e di Francia. Era vero l’opposto: in Afghanistan e in Iraq, Bush ha dato vita a larghe coalizioni.
    Il vero “unilateralista” è Obama che sta unilateralmente disarmando l’America. Durante il suo turno di presidenza, gli Stati Uniti, in un patto con la Russia, hanno accettato di ridurre il proprio arsenale nucleare. Obama sta rinunciando alla possibilità di sviluppare il nucleare del futuro. E ha detto ai nostri nemici — senza mezzi termini — che gli Stati Uniti non reagiranno mai facendo ricorso alle nostre armi più potenti, indipendentemente da quanti americani saranno massacrati.
    Obama sta combinando un disarmo rischioso con un pacifismo avventato. Sta mettendo al bando l’uso di termini come “islam”, “jihad” e “estremismo islamico” dai documenti governativi sulla sicurezza nazionale che hanno a che fare con la strategia degli Stati Uniti nella guerra al terrorismo. La ragione invocata è che queste parole offenderebbero molti fedeli musulmani.
    L'agire di Obama dimostra il suo profondo allontanamento dalla realtà e l'incapacità di ammettere che l’America sta combattendo una battaglia all’ultimo sangue con l’islam radicale. Censurare i termini non fermerà i jihadisti nel loro intento di instaurare il califfato mondiale. Servirà solo a disorientare e a demoralizzare l’opinione pubblica in patria. Incapace o non desideroso d’individuare il nostro nemico mortale, Obama di fatto abbandonato la guerra al terrorismo islamico.
    Obama ha trasformato l’America in una nazione che non pensa più seriamente alle sue responsabilità internazionali. Ha fatto del nostro Paese una barzelletta agli occhi del mondo, specialmente a quelli dei suoi nemici.
    I “mullah apocalittici” dell’Iran l’hanno colto. Il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha pubblicamente sbeffeggiato Obama, definendolo un dilettante. L’Iran è a un passo dal procurarsi la bomba nucleare. Come Adolf Hitler negli anni 1930, Ahmadinejad avverte a ragione che il più forte degli avversari in Occidente ha perso la volontà di affrontare a viso aperto i dittatori fascisti intenzionati a espandersi militarmente. La politica di pacificazione di Obama e le minacce di sanzioni prive di reale valore suscitano solo disprezzo dinanzi all’"uomo forte allo stesso tempo persiano e nazista.
    «Signor Obama, in politica lei è un principiante. Aspetti di farsi un po’ le ossa e un po’ di esperienza», ha detto Ahmadinejad davanti a una folla di sostenitori.
    Obama è un sognatore. Ha il complesso del messia, crede cioè che la sua presidenza segni una sorta di cambiamento epocale, consistente nell’instaurare un progressismo socialista e di creare un mondo libero dal nucleare. Le delusioni che patisce vanno bene per la corporazione della stampa liberal, ma agli occhi del mondo reale — il mondo del militarismo cinese, del gangsterismo russo, dell’avventurismo iraniano e dell’imperialismo islamico — non è altro che il guardiano di una iperpotenza in declino.
    Il sogno di Obama è in realtà un incubo. La pax americana ha mantenuto l’ordine nel mondo a partire dal 1945: adesso sta crollando, minato da una crisi di fiducia. I barbari sono alle porte. Una nuova "Età Oscura" sta quasi per sommergerci. La superpotenza americana non è più tale.

[The Washington Times, 9-4-2010; trad. red.]

mercoledì 7 aprile 2010

Cristianofobia


Il cristianesimo sta morendo. Se una volta rappresentava il bastione della civiltà occidentale, ora è un pietoso residuato della sua passata grandezza in forte ripiegamento in tutto l’Occidente.
    Lo scandalo degli abusi sessuali sta devastando la Chiesa cattolica, infangando lo stesso Papa Benedetto XVI. La Chiesa anglicana è stata svuotata e ha perso adepti perché sta cedendo ai venti liberal che soffiano in direzione dell’ordinazione femminile e dei diritti degli omosessuali. Molte denominazioni protestanti stanno abbandonando la fede e il loro zelo missionario, spostandosi verso l’ambientalismo chic e un socialismo annacquato, altrettanti sostituti a buon mercato del Vangelo tradizionale. L’Europa, antica roccaforte del cristianesimo, si è trasformata in una civiltà secolare neo-pagana: per gli europei Dio è morto ed è stato sostituito dall’uomo materialista.
    La marea secolaristica ha colpito e sommerso anche l’America. Fin dagli anni 1960, gli Stati Uniti sono stati vittima della rivoluzione sessuale che esalta l’edonismo e la liberazione individuale. La pornografia, l’aborto, l’omosessualismo, la promiscuità, l’epidemia di Aids, il crescente numero di nascite fuori del matrimonio, le vertiginose percentuali di divorzi e di rotture del patto familiare sono i frutti avvelenati della “Playboy philosophy”: la morale di Mtv è “in”, mentre Gesù è “out”.
    La guerra scatenata dai liberal contro il cristianesimo ha tuttavia raggiunto un nuovo e più pericoloso livello, un livello che sconfina nel totalitarismo morbido. Di recente, la città di Davenport, in Iowa, ha rimosso il Venerdì Santo dal calendario municipale. La Commissione per i Diritti Civili di Davenport ha cercato infatti di cambiare il nome della festa in uno meno “divisivo” e più ecumenico. Quindi ha mandato un promemoria agl’impiegati municipali stabilendo che il Venerdì Santo sarebbe stato ufficialmente celebrato come “Festa della primavera”. L’amministrazione della cittadina ha sottolineato che celebrare il Venerdì Santo avrebbe violato il principio di separazione fra Chiesa e Stato.
    «Abbiamo solo formulato una raccomandazione affinché il nome fosse cambiato in un altro diverso da Venerdì Santo. La nostra Costituzione fa appello alla separazione di Chiesa e Stato e Davenport si propone come città aperta a tutte le diversità: dati tutti i diversi tipi di culture religiose ed etniche che vi sono presenti, abbiamo consigliato di cambiare», ha detto Tim Hart, presidente della commissione.
    Ma, a seguito al moto d’indignazione sollevatosi fra i cristiani, il consiglio ha poi deciso di risuscitare il nome di Venerdì Santo e i secolaristi multiculturalisti di Davenport sono stati sconfitti, almeno per ora.
    Questa controversia è peraltro un segnale minaccioso: la sinistra è determinata a estirpare le festività e i simboli cristiani dalla nostra società. I liberal sono intenzionati a sopprimere i valori tradizionali e a spingere i cristiani sottoterra. La sinistra americana sta ricalcando le orme vergognose — e ben più sanguinose — dei regimi marxisti. Invece di sradicare la fede religiosa per mezzo della canna del fucile, i sinistrorsi usano i diktat della burocrazia e la propaganda di massa.
    Il risultato è il medesimo: il cristianesimo gradualmente viene espunto dallo spazio pubblico. Le celebrazioni natalizie sono diventate offensive: dire “buon Natale” è oggi considerato politicamente scorretto: il saluto appropriato è “buone feste”. I dieci comandamenti non possono essere più esposti nelle sale pubbliche o nelle aule scolastiche. La preghiera è stata bandita dalla scuola pubblica. I cristiani sono regolarmente derisi nei film e in Tv. I dollari dei contribuenti sono usati per finanziare “arti” che raffigurano Cristo in forme diffamatorie. Hollywood produce film — come Angeli e demoni — che ritraggono la Chiesa cattolica come una istituzione repressiva, sinistra e primitiva.
    L’intolleranza anticristiana è l’ultima moda dell’odio. È facile per i cristofobi di Davenport prendersela con il Venerdì Santo: che cosa può accadere nel peggiore dei casi? Telefonate ed e-mail di persone arrabbiate? assemblee presso il municipio? forse qualche protesta pubblica? Ma, alla fine, i membri progressisti della commissione sono sicuri che non pagheranno un prezzo alto, anzi saranno celebrati dalle élite liberal per i loro “ideali illuminati”.
    All’islam però non si applicano i medesimi standard di comportamento. Per paura di offendere i musulmani ed eventualmente di scatenare una fatwa contro di loro i multiculturalisti di Davenport non oseranno mai, per dire, rimuovere il Ramadan dal calendario e ribattezzarlo “mese del digiuno”. L’istinto di conservazione — e la vigliaccheria — sconsigliano loro di non attaccare certe religioni.
    I cristiani, invece, sono un bersaglio facile. Non credono nel jihad o nel terrorismo suicida. Al contrario degl’islamisti radicali, essi sposano lo Stato di diritto e i diritti umani. Accettano la persecuzione, anche quella sanzionata dallo Stato, come parte del loro bagaglio religioso. I liberal sono consapevoli che il cristianesimo è una vera “religione di pace”: ecco perché non temono di sporcarla sistematicamente.
    I padri fondatori sottolineavano che la nostra Repubblica costituzionale dipende da una società vigorosamente religiosa. «La nostra Costituzione è stata fatta solo per un popolo morale e religioso», ha detto John Adams, ed «è del tutto inadatta a governare qualsiasi altra cosa».
    Ma i padri fondatori non erano dei secolaristi. Al contrario, erano dei devoti cristiani (eccetto alcuni deisti illuminati come Thomas Jefferson), che temevano l’istituzionalizzazione di una chiesa, specialmente della Chiesa d’Inghilterra, che perseguitava i dissidenti. L’avrebbero considerata una cosa stravagante e disgustosa se fossero stati testimoni di come il concetto di separazione di Chiesa e Stato si sia tradotto ai nostri giorni in una forma di secolarismo radicale e di pregiudizio anticristiano.
    La nostra eredità giudeo-cristiana è il pilastro del nostro governo costituzionale per una semplice ragione: riconosce la natura trascendente dell’uomo. Le nostre libertà fondamentali derivano da Dio onnipotente e non dallo Stato. Ecco perché i diritti individuali — alla vita, alla libertà e alla proprietà — sono altrettanti antemurali essenziali contro il potere dello Stato: quello che Dio ha dato, nessun uomo o regime può toglierlo. Una volta che l’America perdesse la sua identità cristiana, perderebbe inevitabilmente anche le sue libertà.
    La cristianofobia è la base del “liberalismo” moderno. I sinistrorsi progressisti sono intenzionati a distruggere l’America tradizionale e le sue istituzioni delle origini: la Costituzione, il capitalismo, la sovranità nazionale e la famiglia. Ecco perché hanno dichiarato guerra al cristianesimo. Se i cristiani non si svegliano dalla loro apatia e non prendono posto su una barricata ideale, saranno di nuovo ricacciati nelle catacombe. E la loro sconfitta segnerà anche la fine della nostra grande Repubblica.
    Dobbiamo fieramente opporci contro chiunque tenti di degradare la nostra eredità cristiana. Dobbiamo riconoscere in lui l’ultima forma di fanatismo e di odio che si possa identificare: la cristianofobia. Abbiamo il diritto di abbracciare Cristo non meno di quanto loro abbiano il diritto di abbracciare uno stile di vita perverso.

[L’articolo è stato pubblicato su The Washington Times del 2 aprile 2010]

mercoledì 31 marzo 2010


SI DISGREGHERÀ L’AMERICA?


Il presidente Obama sta disgregando l’America.
    L’approvazione dell’Obamacare è stata una vittoria storica per la politica liberal, anche se il suo prezzo reale potrebbe essere la demolizione del Paese.
    Obama è riuscito a fare ciò che i suoi predecessori liberal Franklin D. Roosevelt, Lyndon Baines Johnson e "Bill" Clinton avevano solo sognato: nazionalizzare l’assistenza sanitaria.
    Con l’Obamacare il governo controlla un sesto dell’intera economia degli Stati Uniti e assesta un colpo mortale all’America tradizionale. Il nostro Stato è ormai uno Stato assistenziale socialista come quelli europei. Inoltre, l’inevitabile e drastico aumento delle tasse, l’enorme apparato burocratico pubblico e le élite dirigenti liberal soffocheranno la concorrenza e la libera iniziativa.
    I repubblicani dicono di voler abrogare l’Obamacare, ma le loro gesta recenti rendono giustamente scettici molti conservatori. Dal New Deal di Franklin Delano Roosevelt, l'avanzata del liberalismo statalista non ha conosciuto soste. Social Security, Medicare, Medicaid, Environmental Protection Agency e U.S. Department of Education: il partito repubblicano si è mostrato incapace di resistere alla marea crescente dello statalismo. Tanto con Richard Nixon quanto con entrambi i Bush, i repubblicani fautori della Great Society hanno contribuito alla fondazione dello Stato-balia.
    Il socialismo è una strada che porta alla rovina economica e alla bancarotta fiscale, sovverte la democrazia e minaccia il futuro stesso della nostra repubblica costituzionale. Gli Stati socialisti degenerano sempre in una qualche forma di autocrazia o di neo-feudalesimo tecnocratico: la classe che produce viene tassata e sfruttata per poter mantenere legata a sé una classe subalterna sempre più numerosa. Le parti sociali vengono contrapposte l’una all’altra, i vari gruppi fanno a gara per accaparrarsi le sovvenzioni pubbliche e chi ne fa le spese è il singolo contribuente, sì che i vincoli reciproci propri dell’economia e della solidarietà nazionale si dissolvono a poco a poco.
    «Quando prenderete a coloro che hanno voglia di lavorare per darne a coloro che non ne hanno, la democrazia cesserà di esistere», avvertiva Thomas Jefferson. E aveva ragione: le politiche assistenziali redistributive stanno minando la nostra democrazia; in America cresce lo scontento; i Tea Party [neo-conservatori radicali (ndr)] sono convinti che il governo americano non rappresenti più i loro interessi o i loro valori; la classe politica si sta pericolosamente alienando il cuore del Paese, che si sente da lei tradito.
    L’Obamacare potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso, perché straccia libertà economiche fondamentali e conferisce al governo federale il potere di nazionalizzare de facto il corpo di ciascuno, controllandone la salute. Gli americani sono costretti a stipulare le assicurazioni, altrimenti vanno incontro a pene pecuniarie o, in seconda battuta, alla prigione.
    Ma non è tutto: questa legge sanziona il finanziamento federale dell’aborto: i dollari dei contribuenti saranno usati per sovvenzionare l’assassinio della vita innocente. Ecco perché Obama ha violato il patto sociale: ha "abrogato" la coscienza dei pro-life, rendendoli tacitamente partecipi del massacro dei non nati. L’Obamacare è quindi anche un assalto feroce contro le libertà religiose fondamentali.
    La rivoluzione di Obama minaccia di lacerare l’America. È già accaduto in passato. La schiavitù, a lungo andare, scatenò la Guerra Civile fra il Nord industriale e il Sud agrario. L’aborto è lo schiavismo del nostro tempo, un sistema che nega i diritti umani più elementari a un’intera categoria di persone.
    L’aspro dibattito sull’Obamacare ha messo in luce le profonde divisioni del Paese. Non siamo più una sola nazione e un solo popolo: ora vi sono, invece, due Americhe, una conservatrice, l’altra liberal. Non siamo più soltanto in disaccordo, ma ci disprezziamo reciprocamente e con crescente intensità.
    Il disaccordo verte su tutto: politica, morale, cultura e storia. Non abbiamo più qualcosa che ci unisce in profondità, né condividiamo gli stessi valori. Una metà dell’America crede che l’aborto sia un abominio; l’altra considera ogni tentativo di renderlo illegale un atto oppressivo e sessista. Una metà si oppone alle unioni omosessuali perché così si eleva un comportamento immorale e innaturale allo status sacro di matrimonio; l’altra metà le sostiene perché le interpreta come un’estensione dei diritti civili. Una metà impreca contro il programma socialista di Obama, considerandolo distruttivo del capitalismo e del sistema costituzionale; l’altra metà lo sposa, vedendovi il massimo della giustizia sociale e dell’eguaglianza economica. Una metà onora gli eroi d’America: Cristoforo Colombo, George Washington, James Madison, Davy Crockett, e la sua storia gloriosa; l’altra si vergogna del suo passato, perché lo giudica macchiato da razzismo, imperialismo e sciovinismo.
    È vero che un Paese non coincide semplicemente con le persone che sono contenute entro determinati confini geografici: esso è qualcosa di più e di più profondo. Una nazione deve condividere un retaggio comune, una lingua, una cultura, una fede e dei miti. Una volta gli americani celebravano i medesimi eroi, cantavano le stesse canzoni patriottiche, avevano in comune una sola letteratura e una sola storia e si vantavano del suo carattere di straordinarietà: una città sulla collina, con diritti e libertà per tutti. Era ben chiaro a tutte le nostre diverse componenti etniche e religiose che l’America era un prodotto della civiltà inglese e cristiana... Ma questi giorni sono passati da tempo. Ora abbiamo imboccato una strada che i nostri padri fondatori ci consigliavano di evitare: quella della progressiva balcanizzazione e del crescente campanilismo. Una repubblica costituzionale, a differenza di un impero, deve la sua forza solo alla sua coesione come nazione: non si fonda sulla coercizione imperiale, ma sul consenso civico. Obama, sprezzantemente, sta tirando a eccesso la corda dell’unità, esasperando la nostra polarizzazione.
    Di fronte all’Obamacare si sono invocati la sovranità dei singoli Stati, i loro diritti e la loro facoltà di annullare le leggi federali, come accadde negli anni 1830 e 1840. Sono questi i segni di una crescente anarchia politica e di frustrazione sociale: solo spingendola, la gente può solo arrivare a un tale estremo. Gli sforzi di Obama per edificare un super-Stato socialista minacciano l'esistenza stessa dell’America. Come ammoniva Jefferson parlando della schiavitù, è venuto il momento "di suonare la campana antincendio nella notte".
    «Things fall apart; the center cannot hold / Mere anarchy is loosed upon the world»Le cose si dissociano; il centro non può reggere / la pura anarchia si rovescia sul mondo»], scriveva William Butler Yeats [(1865-1939)] [1].
    I conservatori non assisteranno passivi a quest’aggressione a tutti i valori che ci sono più cari. A meno che non abbandoni il suo progetto rivoluzionario, il vero lascito di Obama starebbe nell’averci diviso come mai era successo in passato.
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[1] The second coming [Il secondo avvento, poema del 1919], vv. 3-4 (cfr. WILLIAM BUTLER YEATS, Michael Robartes and the Dancer, The Chuala Press, Chruchtown, Dundrum (Eire) 1920) (ndr).

[Articolo apparso su The Washington Times il 25 marzo 2010]

Jeffrey T. Kuhner è ospite tutti i giorni dalle 13 alle 15 della radio Internet WTNT 570-AM (http://www.talk570.com/) dove anima The Kuhner Show.




domenica 14 marzo 2010

UN REGIME
DI GANGSTER


    Il presidente Obama è a capo della più corrotta delle amministrazioni di tutta la storia americana.
    Continuano infatti i suoi tentativi di far passare in parlamento la riforma sanitaria del governo, nonostante la crescente opposizione del Congresso e della schiacciante maggioranza degli americani.      
    Anche molti democratici, in particolare i “Blue Dogs” [1] . La portavoce della Camera Nancy Pelosi, democratica della California, non ha attualmente a disposizione i voti necessari per far approvare la riforma passando per il Congresso.
    La Casa Bianca ha annunciato ai democratici che farà di tutto pur di far approvare la legge, perché essa sarebbe una manna per chi verrà dopo Obama. Nessuno dei presidenti progressisti che l’hanno preceduto – Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson, Jimmy Carter o Bill Clinton – sono stati capaci di conseguire l’obiettivo essenziale di ogni governo liberal: la nazionalizzazione della sanità.
    Tuttavia, l’ambizione sfrontata di Obama sta spingendo la sua amministrazione verso una corruzione sempre più aggressiva, il crimine e l’abuso di potere. Le accuse dell’ex parlamentare Eric Massa, democratico di New York, aprono uno squarcio sull’atmosfera da cosca criminale che pervade l’Amministrazione.
    Massa è un politico senza scrupoli e un depravato. Possiamo chiamare diversamente un uomo che ha ammesso di aver fatto proposte sessuali, nel corso un ricevimento nuziale, a un uomo dello staff, non appena la moglie, influenzata, l’aveva lasciato solo? Massa ha anche ammesso di aver “stuzzicato” altri componenti maschi del suo team. Le cronache giornalistiche riferiscono che gli addetti allo staff si sono lamentati di aver subito palpeggiamenti da parte dell’ex deputato, la Commissione Etica della Camera ha aperto un’inchiesta ed Eric Massa ha dato le dimissioni.
    Il problema non è tanto la pur deplorevole e stravagante condotta di Massa – ha avuto il suo quarto d’ora di notorietà ed è scomparso –, quanto il fatto che l’apparato politico di Chicago resta in piedi. Le accuse di Massa contro il capo dello staff presidenziale Rahm Emanuel minacciano il regime di Obama dalle fondamenta. Ecco perché i media liberal ci tenevano così tanto a distruggere la credibilità del deputato. Speravano infatti che una storia di molestie sessuali e di comportamento omosessuale potesse distrarre l’opinione pubblica da quel che invece ha fatto Emanuel.
    Eric Massa ha infatti detto che, mentre era nudo nelle docce della palestra della Camera, Emanuel lo ha affrontato, rimproverandogli la sua scelta di votare contro il bilancio dello Stato presentato dal Presidente. Massa sostiene pure che dirigenti sindacati, spalleggiati dalla Casa Bianca, lo hanno avvicinato minacciandolo di negargli contributi per la campagna elettorale se si fosse opposto all’Obamacare. Se tutto ciò risultasse vero – tentativo di corruzione e diffamazione –, sarebbe anche estremamente volgare. Risalgono a Emanuel tutti i cinici tentativi della Casa Bianca di comprare voti e di istituzionalizzare il metodo delle mazzette al fine di far approvare una legge profondamente impopolare.
    L’intero processo di “riforma” dell’assistenza sanitaria è segnato da scandali e da diffusa corruzione: il “Louisiana Purchase”, i 300 milioni di dollari extra riversati nei fondi del Medicaid per assicurarsi il voto della senatrice Mary L. Landrieu, democratica della Louisiana; il “Cornhusker Kickback”, i 100 milioni di dollari offerti per coprire i costi dell’espansione del Medicaid in Nebraska al fine di avere il supporto del senatore Ben Nelson; i 5 miliardi messi da parte per pagare l’esenzione della Florida dal Medicare per acquisire il voto favorevole del senatore Bill Nelson; e gli accordi speciali stipulati sull’high-cost – i cosiddetti piani assicurativi “Cadillac” – con dirigenti di influenti sindacati.
    L’Amministrazione sta prendendo di mira esponenti democratici-chiave della Camera: sta mettendo in pratica i “metodi da Chicago”, secondo cui: “prima usa la mazzetta e, se non basta, prova con la prepotenza”.
    Per esempio, a Jim Matheson, parlamentare dello Utah, che inizialmente aveva votato contro la legge sull’assistenza sanitaria, è stata fatta un’offerta che non poteva rifiutare: suo fratello Scott è stato proposto per la carica di giudice federale. Se questo non è un flagrante “quidpro quo….
    Al deputato Allan B. Mollohan del West Virginia, un panchinaro che non ha ancora deciso come votare, è stato dato un bell’incentivo a sostenere l’Obamacare: il Dipartimento di Giustizia ha appena annunciato di aver ritirato – mirabile coincidenza – la sua inchiesta sulla condotta etica del discusso parlamentare.
    Il deputato Burt Stupak del Michigan, un democratico a favore della vita che si oppone alla legge sul finanziamento federale degli aborti, è stato inaspettatamente coinvolto in una inchiesta parlamentare sulla liceità dell’uso di un appartamento ad affitto agevolato messogli a disposizione nel Distretto di Columbia da un gruppo cristiano. I leader democratici del Congresso sapevano benissimo anche prima qual era la sistemazione di Stupak: ma, guarda caso, solo adesso la cosa è diventata fonte di preoccupazione. Se non è la proverbiale pistola puntata alla tempia...
    Gli abusi di potere di Obama non riguardano solo il progetto di riforma dell’assistenza sanitaria. Il deputato democratico della Pennsylvania Joe Sestak ha accusato l’Amministrazione di avergli offerto un incarico di alto profilo nelle fila del governo se accetterà di non correre alle primarie democratiche contro il senatore Arlen Specter. Se fosse vero, la Casa Bianca avrebbe compiuto un reato piuttosto grave: è contro la legge infatti usare il potere federale allo scopo di interferire direttamente o di determinare l’esito di una elezione.
    Ecco perché al deputato repubblicano della California Darrell Issa, membro di spicco della Commissione di Garanzia e delle Riforme di Governo alla Camera, è stato chiesto di aprire una inchiesta ufficiale sulla materia.
    «Se la Casa Bianca forse pensa che questo sia il modo normale di far politica, è del tutto straordinario e spettacolare che un candidato – un membro del Congresso degli Stati Uniti, non uno qualunque – accusi liberamente ricevuta di una tale proposta», ha detto Issa. «Quasi sempre, i candidati si mostrano riservati su scambi di questo tipo, e a ragione, visto che sono contro la legge».
    Ogni rivoluzionario socialista di successo ha avuto un suo braccio destro cui affidare il lavoro sporco, qualcuno disposto a spaccare teste e a pescare nel torbido, mentre il leader, apparentemente al di sopra della mischia, formulava piani di giustizia economica e di armonia sociale. Vladimir Lenin ebbe il suo Josef Stalin, Fidel Castro suo fratello Raul: ora Obama ha Emanuel.
    La cosa più importante che abbiamo imparato dal ventesimo secolo è che l’utopismo conduce al gangsterismo. Obama sta disperatamente cercando di imporre la sua rivoluzione socialista progressista. Più resistenza incontra, più diventa determinato e più ha bisogno di fare affidamento su filibustieri alla Emanuel. Obama, che ha promesso di riformare Washington, sta al contrario governando più come un gangster che non come un uomo di Stato.


[1] La Democratic Blue Dog Coalition è un gruppo di 54 deputati democratici di orientamento moderato: conservatori su temi fiscali, sono in rivolta contro l’Obamacare (ndr)]

Jeffrey T. Kuhner è ospite tutti i giorni dalle 13 alle 15 della radio Internet WTNT 570-AM (http://www.talk570.com/) dove anima The Kuhner Show.

venerdì 5 marzo 2010

GLI STATI UNITI

SOCIALISTI D'AMERICA

[Il nuovo Piano renderà la salute più accessibile...]

Il Presidente Obama sta per completare la sua rivoluzione socialista. Fin dal suo arrivo alla presidenza, l’anno scorso, ha cercato senza sosta di trasformare l’America. Fin dal tempo della sua militanza studentesca radicale, Obama è stato ossessionato dal desiderio di abbattere il tradizionale sistema di libero mercato. Come molti altri sinistrorsi, egli pensa che il capitalismo sia il nemico.
    «Al college era un socialista marxista — dice John C. Drew, che lo conobbe ai tempi dell’università, in un’intervista —. E ha continuato a parlare della necessità di rigettare il capitalismo a vantaggio di una rivoluzione della classe lavoratrice».
    Uno dei filosofi preferito da Obama è stato Franz Fanon [1925-1961], un marxista post-colonialista che sosteneva i movimenti di liberazione del Terzo Mondo. Secondo Fanon, l’Occidente — in testa l’America — era basato sul razzismo, l’imperialismo e lo sfruttamento economico dei poveri del mondo. L’unico rimedio era il socialismo autoritario e una massiccia ridistribuzione della ricchezza dalle nazioni occidentali verso i Paesi in via di sviluppo.
    Durante la sua carriera Obama ha frequentato associazioni politiche radicali. Alla Columbia University, quando insegnava diritto costituzionale, ha abbracciato la dottrina giuridica postmoderna secondo la quale il sistema costituzionale statunitense presenta una verniciatura artificiale di libertà mentre di fatto porta avanti solo gl’interessi economici dei potenti maschi bianchi. Quando era animatore di una comunità a Chicago ha studiato e tentato d'imitare l’attivismo di Saul Alinsky [1909-1972], un neo-trotzkista che proclamava la “rivoluzione permanente”. I suoi compagni di più lunga data, il rev. Jeremiah Wright, William Ayers e Bernardine Dohrn sono sostenitori della liberazione marxista e condividono un feroce odio per gli Stati Uniti e credono che solo un cambiamento radicale e palingenetico possa redimere l’America.
    Obama è l’esatto opposto di un centrista pragmatico, come la maggior parte dei media insiste a dipingerlo: è un ideologo che sta portando avanti il suo progetto politico anche a rischio di danneggiare in profondità il Partito Democratico.
    Questo spiega il suo stravagante, quasi irrefrenabile, desiderio di far accettare a tutti costi il suo programma “Obamacare” dal Congresso. Il Presidente ha detto che vuole che dall’esame del suo piano sanitario esca un voto “sì o no” e preferibilmente entro la fine di marzo, prima cioè delle vacanze parlamentari di Pasqua. In altri termini, ha dato il via libera alla speaker della Camera Nancy Pelosi, democratica della California, e al leader della maggioranza in Senato Harry Reid, democratico del Nevada, di usare il sistema detto della “reconciliation”, un procedimento parlamentare previsto per le scorciatoie di bilancio. Secondo queste regole arcane, una semplice maggioranza di cinquanta voti democratici al Senato, più il voto di tie-break del Vice Presidente Joseph R. Biden jr., sarebbe sufficiente per far passare la riforma sanitaria, perché così sarebbe reso impraticabile l’ostruzionismo.
    E questa è una decisione senza precedenti: mai nella nostra storia la “reconciliation” è stata usata per far passare un importante insieme di leggi sociali solo con una ristretta maggioranza di parte. “Obamacare” costerà infatti quasi un sesto dell’economia statunitense. Per contro, i programmi Social Security, Medicare e Medicaid sono stati approvati con un travolgente consenso bipartisan. A dispetto del mito popolare, sono numerosi i repubblicani che hanno indossato l’idea dello Stato del benessere tipico del New Deal e della Great Society e questo spiega perché è così difficile (se non impossibile) abrogarli.
    La Casa Bianca e i suoi alleati dei media pretendono che il “welfare reform bill” (decreto di riforma del Welfare) del 1996, il “children's health insurance program” (piano sanitario per l’infanzia) del 1997 e i tagli alle tasse di Bush del 2001 furono approvati usando la tecnica della “reconciliation”. Questo è fuorviante: ciascuna di queste misure ha avuto un forte sostegno dei democratici, specialmente al Senato.
    Obama è impegnato in un atto di abuso di potere: sta ostacolando la volontà della maggioranza degli americani che non vuole una medicina socializzata perché teme, a ragione, che l’etichetta del prezzo complessivo della proposta — mille miliardi di dollari — andrà a sommarsi al nostro stratosferico debito pubblico, che ci ha portato sull’orlo della rovina. Comprendono che soffocherà l’innovazione della medicina e ridurrà la qualità delle cure, portando al razionamento e alle lunghe liste di attesa. La riforma rappresenta inoltre la maggior dilatazione di spesa pubblica autorizzata dagli anni 1960.
    Inoltre, l'azione di Obama stanno minando il tradizionale sistema di controlli incrociati istituito dai Padri fondatori. Il ruolo istituzionale del Senato è di fungere da antemurale contro la regola della maggioranza pura. Con il pretesto d'imbrigliare i “corsari” del Parlamento, Obama sta non solo prendendo in giro gli elettori — inclusi quelli che in Massachusetts hanno eletto il senatore repubblicano Scott Brown — ma anche irridendo i più profondi meccanismi costituzionali di salvaguardia, intesi a impedire questo genere di usurpazioni del potere.
    La sua proposta di riforma tenta di creare un’economia sanitaria pianificata centralmente, la quale edificherà una gigantesca burocrazia statale basata su massicce tassazioni, sovvenzioni e normative. Obama è disposto a sacrificare le sorti politiche del suo partito a novembre — e perfino la sua stessa rielezione nel 2012 — perché comprende un fatto fondamentale: la nazionalizzazione della sanità è il cuore dello statalismo dalla culla alla tomba. Nessun Paese che abbia adottato la sanità sociale — Canada, Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda, Italia — è stato capace di riguadagnare la libertà economica.
    E questo non perché la sanità a guida statale funzioni o sia più preferita, ma perché, invece, promuove un debilitante spirito di dipendenza che si rivela fatale all’autogoverno del popolo. In breve, uccide l’autostima e l’individualismo che sono d’importanza essenziale per una democrazia di libero mercato.
    Per Obama, questo è il punto preciso. Vladimir Lenin, il leader della Rivoluzione bolscevica, ha disegnato il modello di azione marxista che è stato seguito dalla sinistra radicale fin dal 1917. Lenin esortava infatti a sfruttare qualunque disastro che «[...] accelerasse la distruzione […] della classe capitalistica». La Grande Recessione del 2008 ha portato al potere Obama. E questi sta sfruttando la crisi per spazzare via il vecchio ordine capitalistico. 
    Obama sta ineeluttabilmente dando vita a una nuova nazione: gli Stati Uniti Socialisti d’America: gli U.S.S.A.

[Articolo apparso su The Washington Times il 5 marzo 2010]

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