"RIGHT IS RIGHT, LEFT IS WRONG"

venerdì 5 marzo 2010

GLI STATI UNITI

SOCIALISTI D'AMERICA

[Il nuovo Piano renderà la salute più accessibile...]

Il Presidente Obama sta per completare la sua rivoluzione socialista. Fin dal suo arrivo alla presidenza, l’anno scorso, ha cercato senza sosta di trasformare l’America. Fin dal tempo della sua militanza studentesca radicale, Obama è stato ossessionato dal desiderio di abbattere il tradizionale sistema di libero mercato. Come molti altri sinistrorsi, egli pensa che il capitalismo sia il nemico.
    «Al college era un socialista marxista — dice John C. Drew, che lo conobbe ai tempi dell’università, in un’intervista —. E ha continuato a parlare della necessità di rigettare il capitalismo a vantaggio di una rivoluzione della classe lavoratrice».
    Uno dei filosofi preferito da Obama è stato Franz Fanon [1925-1961], un marxista post-colonialista che sosteneva i movimenti di liberazione del Terzo Mondo. Secondo Fanon, l’Occidente — in testa l’America — era basato sul razzismo, l’imperialismo e lo sfruttamento economico dei poveri del mondo. L’unico rimedio era il socialismo autoritario e una massiccia ridistribuzione della ricchezza dalle nazioni occidentali verso i Paesi in via di sviluppo.
    Durante la sua carriera Obama ha frequentato associazioni politiche radicali. Alla Columbia University, quando insegnava diritto costituzionale, ha abbracciato la dottrina giuridica postmoderna secondo la quale il sistema costituzionale statunitense presenta una verniciatura artificiale di libertà mentre di fatto porta avanti solo gl’interessi economici dei potenti maschi bianchi. Quando era animatore di una comunità a Chicago ha studiato e tentato d'imitare l’attivismo di Saul Alinsky [1909-1972], un neo-trotzkista che proclamava la “rivoluzione permanente”. I suoi compagni di più lunga data, il rev. Jeremiah Wright, William Ayers e Bernardine Dohrn sono sostenitori della liberazione marxista e condividono un feroce odio per gli Stati Uniti e credono che solo un cambiamento radicale e palingenetico possa redimere l’America.
    Obama è l’esatto opposto di un centrista pragmatico, come la maggior parte dei media insiste a dipingerlo: è un ideologo che sta portando avanti il suo progetto politico anche a rischio di danneggiare in profondità il Partito Democratico.
    Questo spiega il suo stravagante, quasi irrefrenabile, desiderio di far accettare a tutti costi il suo programma “Obamacare” dal Congresso. Il Presidente ha detto che vuole che dall’esame del suo piano sanitario esca un voto “sì o no” e preferibilmente entro la fine di marzo, prima cioè delle vacanze parlamentari di Pasqua. In altri termini, ha dato il via libera alla speaker della Camera Nancy Pelosi, democratica della California, e al leader della maggioranza in Senato Harry Reid, democratico del Nevada, di usare il sistema detto della “reconciliation”, un procedimento parlamentare previsto per le scorciatoie di bilancio. Secondo queste regole arcane, una semplice maggioranza di cinquanta voti democratici al Senato, più il voto di tie-break del Vice Presidente Joseph R. Biden jr., sarebbe sufficiente per far passare la riforma sanitaria, perché così sarebbe reso impraticabile l’ostruzionismo.
    E questa è una decisione senza precedenti: mai nella nostra storia la “reconciliation” è stata usata per far passare un importante insieme di leggi sociali solo con una ristretta maggioranza di parte. “Obamacare” costerà infatti quasi un sesto dell’economia statunitense. Per contro, i programmi Social Security, Medicare e Medicaid sono stati approvati con un travolgente consenso bipartisan. A dispetto del mito popolare, sono numerosi i repubblicani che hanno indossato l’idea dello Stato del benessere tipico del New Deal e della Great Society e questo spiega perché è così difficile (se non impossibile) abrogarli.
    La Casa Bianca e i suoi alleati dei media pretendono che il “welfare reform bill” (decreto di riforma del Welfare) del 1996, il “children's health insurance program” (piano sanitario per l’infanzia) del 1997 e i tagli alle tasse di Bush del 2001 furono approvati usando la tecnica della “reconciliation”. Questo è fuorviante: ciascuna di queste misure ha avuto un forte sostegno dei democratici, specialmente al Senato.
    Obama è impegnato in un atto di abuso di potere: sta ostacolando la volontà della maggioranza degli americani che non vuole una medicina socializzata perché teme, a ragione, che l’etichetta del prezzo complessivo della proposta — mille miliardi di dollari — andrà a sommarsi al nostro stratosferico debito pubblico, che ci ha portato sull’orlo della rovina. Comprendono che soffocherà l’innovazione della medicina e ridurrà la qualità delle cure, portando al razionamento e alle lunghe liste di attesa. La riforma rappresenta inoltre la maggior dilatazione di spesa pubblica autorizzata dagli anni 1960.
    Inoltre, l'azione di Obama stanno minando il tradizionale sistema di controlli incrociati istituito dai Padri fondatori. Il ruolo istituzionale del Senato è di fungere da antemurale contro la regola della maggioranza pura. Con il pretesto d'imbrigliare i “corsari” del Parlamento, Obama sta non solo prendendo in giro gli elettori — inclusi quelli che in Massachusetts hanno eletto il senatore repubblicano Scott Brown — ma anche irridendo i più profondi meccanismi costituzionali di salvaguardia, intesi a impedire questo genere di usurpazioni del potere.
    La sua proposta di riforma tenta di creare un’economia sanitaria pianificata centralmente, la quale edificherà una gigantesca burocrazia statale basata su massicce tassazioni, sovvenzioni e normative. Obama è disposto a sacrificare le sorti politiche del suo partito a novembre — e perfino la sua stessa rielezione nel 2012 — perché comprende un fatto fondamentale: la nazionalizzazione della sanità è il cuore dello statalismo dalla culla alla tomba. Nessun Paese che abbia adottato la sanità sociale — Canada, Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda, Italia — è stato capace di riguadagnare la libertà economica.
    E questo non perché la sanità a guida statale funzioni o sia più preferita, ma perché, invece, promuove un debilitante spirito di dipendenza che si rivela fatale all’autogoverno del popolo. In breve, uccide l’autostima e l’individualismo che sono d’importanza essenziale per una democrazia di libero mercato.
    Per Obama, questo è il punto preciso. Vladimir Lenin, il leader della Rivoluzione bolscevica, ha disegnato il modello di azione marxista che è stato seguito dalla sinistra radicale fin dal 1917. Lenin esortava infatti a sfruttare qualunque disastro che «[...] accelerasse la distruzione […] della classe capitalistica». La Grande Recessione del 2008 ha portato al potere Obama. E questi sta sfruttando la crisi per spazzare via il vecchio ordine capitalistico. 
    Obama sta ineeluttabilmente dando vita a una nuova nazione: gli Stati Uniti Socialisti d’America: gli U.S.S.A.

[Articolo apparso su The Washington Times il 5 marzo 2010]

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