"RIGHT IS RIGHT, LEFT IS WRONG"

martedì 20 aprile 2010

OBAMA S'INCHINA
AL MONDO



Il Presidente Obama ha di nuovo disonorato gli Stati Uniti. Durante il vertice nucleare di questa settimana a Washington, si è inchinato mentre salutava il presidente cinese Hu Jintao.
    Il gesto non è solo scioccante, ma rivelatore. Obama si è trovato esposto a forti critiche in passato per essersi inchinato ad altri leader, quali il re dell’Arabia Saudita e l’imperatore del Giappone. Ma mai prima iI capo supremo dell’America si è prostrato a un tiranno straniero su suolo statunitense.
    Inchinandosi, Obama ha degradato e sminuito il ruolo della presidenza; come capo supremo della nazione, quando s’incontra con altri capi di Stato, egli rappresenta ogni americano. E si presume ch'egli incarni anhe la dignità dell’Oval Office della Casa Bianca, in cui si riflette il nostro patrimonio collettivo di repubblica costituzionale che si autogoverna.
    Le repubbliche non riconoscono la supremazia dei signori imperiali. Questo è il principio che ha originato la Rivoluzione del 1776: gli americani non fanno salamelecchi a re o dittatori: la nazione è stata forgiata in opposizione al servilismo feudale.
    Forse Obama non ha appreso questa verità elementare durante la sua infanzia in Indonesia o nei suoi anni d’immersione nella teoria marxista post-colonialista alle superiori. Ma sta imparando ora che gli americani disprezzano i leccapiedi, specialmente se si tratta del loro presidente.
    Tutte le volte che Obama s’inchina, i sondaggi registrano una caduta e il suo prestigio declina. Eppure rifiuta di smettere, anzi accusa un bisogno compulsivo, quasi patologico di farlo. Come mai?
    I suoi atti riflettono un anti-americanismo fondamentale e ribadito, che esprime biasimo e odio profondi per il suo Paese. Obama s’inchina perché questo simbolizza il bisogno dell’America di “umiliarsi” sulla scena del mondo.
    Obama è il solo presidente in carica nella storia degli Stati Uniti il quale pubblicamente e ripetutamente si sia scusato per i “peccati” e per gli “errori” della sua nazione. In Europa ha lamentato l’“arroganza” americana; nel medio Oriente ha condannato l’“imperialismo” e l'“ingiustizia” che gli americani hanno espresso in passato contro i musulmani; in Cina ha salutato l’ascesa del Dragone Rosso a partner economico degli Stati Uniti.
    In breve, Obama s’inchina al mondo, cercando d’instaurare un ordine multipolare post-americano in cui Washington sia solo una potenza fra le altre. È un uomo di sinistra radicale, che si augura la fine del ruolo degli Stati Uniti come superpotenza globale. Come alla maggior parte dei progressisti multiculturalisti, la stessa nozione di “eccezione americana” gli ripugna.
    La presidenza Obama si può ridurre in essenza a una cosa sola: Obama sta gestendo il declino dell’America, la lenta ma inarrestabile erosione della sua posizione economica, militare e culturale un tempo dominante.
    La sua visione mondiale è totalmente distaccata dalla realtà. Di più Obama sta spingendo avventatamente e pericolosamente il mondo verso un’altra conflagrazione internazionale.
    L’America non è stata la causa delle cause della instabilità e dell’ingiustizia globali: l’America è stata il difensore dell’ordine e della libertà. Di fatto, nessun’altra nazione della storia, nessuno, ha fatto di più degli Stati Uniti per far crescere la libertà.
    L’America ha guidato la lotta per liberare l’Europa dall’aggressione nazionalsocialista e dalla dominazione sovietica. L’America ha rovesciato le dittature fasciste in Afghanistan e in Iraq, liberando più di cinquanta milioni di musulmani da un governo totalitario. L’America ha bombardato i ribelli fondamentalisti serbi, ponendo fine alla loro campagna di genocidio contro i musulmani della Bosnia e del Kosovo. L’America protegge le democrazie asiatiche dall’espansionismo militaristico della Cina.
    Obama si dovrebbe vergognare di scusarsi a nome dell’America: è come se Madre Teresa si scusasse di non prendersi abbastanza cura dei poveri. È questa una forma di auto-negazione che confina con il masochismo.
    I sinistrorsi multiculturalisti che circondano Obama sottolineano invece che tutto il suo inchinarsi e scusarsi è in realtà solo una efficace e lungimirante arte politica: l’ultima e più recente proiezione della diplomazia della “potenza morbida”. I suoi gesti di buona volontà verso le altre culture presumibilmente aiutano a costruire una larga coalizione multinazionale che affronti le grandi minacce del nostro tempo, specialmente la proliferazione nucleare.
    Ma si sta verificando l’opposto: invece di impedire agli Stati più pericolosi del mondo di acquisire ordigni nucleari, la politica di Obama sta garantendo l'estensione del nucleare ai regimi-canaglia.
    Questo è il vero senso — e la vera tragedia — del vertice di Washington sulla sicurezza nucleare. La Casa Bianca pretende che l’accordo con l’Ucraina per smantellare le sue scorte di uranio altamente arricchito sia stato un grande passo avanti strategico, mentre è stata solo una cinica montatura pubblicitaria. Le scorte di Kiev non ponevano alcuna minaccia alla sicurezza internazionale, a differenza del programma nucleare di Teheran.
    Funzionari dell’intelligence statunitense ora ammettono che l’Iran entro un anno avrà la bomba atomica. Funzionari israeliani credono invece che i mullah vi siano ancor più vicini. I "chierici apocalittici" di Teheran hanno basato la loro rivoluzione islamica sul progetto di instaurare un califfato mondiale sulle ceneri ancora calde di Israele e, da ultimo, su quelle dell’America. Una volta che l’Iran avrà acquisito la bomba, un conflitto nucleare con lo Stato ebraico è non solo probabile, ma inevitabile. Gli Stati Uniti — e altre potenze — saranno allora attirate nella lotta, ricreando così i bagni di sangue europei del ventesimo secolo.
    Obama vuole isolare l’Iran. La sua strategia è di convincere la Russia e la Cina a unirsi nell’imporre sanzioni internazionali inadeguate alla vacillante teocrazia di Teheran.
    La diplomazia "dell'ottimismo" di Obama è segno di un multiculturalismo provinciale e poco raffinato. Mosca e Pechino sono Stati autoritari anti-americani e anti-occidentali. Per loro la Guerra Fredda non è mai finita. Il loro scopo è minare l’iperpotenza americana supportando un impero persiano in grado di belligerare, il quale che si ponga come baluardo contro l’Occidente in Medio Oriente. Non hanno alcuna intenzione di frenare il programma nucleare iraniano. Di fatto, la Russia e la Cina hanno sostenuto attivamente Teheran con tecnologia e missili nucleari. Solo un narcisista completamente assorbito da se stesso può credere che Obama possegga il carisma — e la scaltrezza — necessario per persuadere questi due regimi-gangster a cooperare sull’Iran.
    Il presidente può inchinarsi quanto vuole: il leader cinese non è rimasto impressionato. Pechino ha rifiutato di capitolare di fronte alle richieste di Obama di più severe sanzioni agl’iraniani.
    «Pressioni e sanzioni non possono in sostanza risolvere il problema», si legge in una dichiarazione ufficiale del governo cinese.
    Quanto sopra, tradotto in altri termini, equivale a dire: piantiamola: nessuno rispetta un leccapiedi che striscia. Obama, smettila d'inchinarti e tieni invece la testa ben alta sulla scena globale come si addice alla più grande nazione del mondo.

[The Washington Times, 16-4-2010]

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