"RIGHT IS RIGHT, LEFT IS WRONG"

sabato 23 ottobre 2010

Annientare i democratici
Gli elettori si preparano a vendicarsi 
dello strafare di Obama


    I democratici sono alla vigilia di una sconfitta storica. Due anni giusti or sono, il partito sembrava dar vita a una coalizione di governo del tutto maggioritaria, controllando il Congresso, governatorati-chiave e molti organi legislativi degli Stati. E con l’elezione del 2008 del presidente Obama, i democratici riuscirono a occupare anche la Casa Bianca.

    Il Paese si era spostato verso il centro-sinistra. Gli elettori erano disgustati dell’aministrazione Bush, specialmente del malgoverno dei repubblicani, della dura recessione economica e del protrarsi delle guerre in Medio Oriente. Il repubblicanismo di Bush e di Cheney aveva danneggiato il marchio conservatore. I democratici ebbero così un’opportunità d’oro per instaurare sulle macerie repubblicane un duraturo regime liberale pragmatico .

    Ma l’hanno sciupata. Invece di concentrarsi sulla ripresa economica, sulla creazione di posti di lavoro e sulla vittoria nella guerra contro il terrorismo, l’amministrazione Obama ha usato la sua imponente maggioranza al Congresso per espandere i poteri dello Stato. Di fatto, se Obama avesse esercitato una leadership responsabile — tagliando la spesa, accorciando il disavanzo, portando avanti politiche di crescita e operando riduzioni di tasse permanenti alla classe media — sarebbe oggi in una condizione assai diversa. L’economia sarebbe in crescita. I sondaggi a suo favore non sarebbero un fiasco totale. E il suo partito non sarebbe di fronte a un’ondata politica ostile che sembra una marea.

    Obama è un ideologo radicale: preferisce il socialismo al pragmatismo e vuole rifare l’America invece che rivitalizzarla. Fin dal principio, il suo obiettivo è stato creare una socialdemocrazia basata su interessi corporativi, ovvero un conglomerato di organi pubblici di scala mai vista in America e che ricorda le dittature marxiste. Nei primi venti mesi della sua presidenza è stato ovunque e dappertutto: a ricevere il premio Nobel per la Pace (anche se non ha fatto un bel niente), è apparso a più riprese sulla copertina dei settimanali nazionali e in trasmissioni televisive, beneficiando dell’instancabile adulazione servile da parte dei media istituzionali.

    Tuttavia, mentre i media  lo incoronavano nuovo imperatore (di sinistra), lo scontento dei suoi sudditi, sottoposti al giogo imperiale dei democratici, cresceva. Obama si è alienato le simpatie della Middle America per un’unica e semplice ragione: la sua politica sta salassando il Paese fino all’ultima goccia e sta “spezzando le reni” alla nazione.

    Obama ora è visto, a ragione, come un individuo che ha pericolosamente perso contatto con la realtà, talmente è consunto dal potere, dalla hybris e dall’arroganza da non vedere il disprezzo che gli riservano molti degli americani. Ma questi lo vedono per quello che egli è realmente: un rivoluzionario progressista post-nazionale, che cerca di insediare una nuova classe dirigente liberal: questa è l’essenza della sua presidenza.

    Obama ha fatto ingoiare l’Obamacare al Congresso e alla maggioranza del popolo americano, abusando delle procedure legislative, rifiutando di sottoporre all’esame del suo grandioso programma sanitario dalle commissioni congressuali. La sua amministrazione si è impegnata in palesi operazioni di tangenti e di corruzione per far pressione sugli elettori-chiave: lo dimostrano i casi “Louisiana Purchase”, “Cornhusker Kickback”, nonché l’offerta di posti di giudice a fratelli di deputati. Ma, cosa peggiore di tutte, Obama ha mentito: ha promesso che la sanità statalizzata avrebbe abbassato i costi e non incrementato il deficit.         Mentre lo smisurato “diritto alla salute” costerà ai contribuenti almeno mille miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, se non molto di più. Imporrà il razionamento delle cure e ne abbasserà la qualità. L’Obamacare non è altro che l'ennesimo costoso piano di allargamento dei diritti che non possiamo permetterci.

    Obama ha promesso che la sanità sarebbe stata un fattore della vittoria dei democratici a novembre. Ma si è rifiutato di farne oggetto di campagna elettorale. E questo perché persino lui sa che è un tema profondamente impopolare. Ha chiesto ai suoi amici democratici, molti dei quali non volevano, di sbrigarsi a votare la legge, poi li ha abbandonati a nuotare in acque infestate da squali.

    Obama ha aggredito quasi tutti i settori della società: ha nazionalizzato l’industria automobilistica, il settore finanziario e il sistema di prestiti d’onore agli studenti dei college. Il suo regime ha proposto la regolamentazione dell’uso di Internet. I suoi alleati in Congresso vogliono mettere il bavaglio alle radio conservatrici facendo passare la cosiddetta “dottrina della imparzialità”. Ha nominato parecchi zar politici con poteri a livello di Gabinetto, aggirando la normale procedura di conferma senatoriale. Il suo Dipartimento della Giustizia sta mettendo sotto inchiesta l’Arizona per aver tentato di proteggere i suoi cittadini dai cartelli della droga messicani e dagl’immigrati clandestini criminali. Ha tagliato i fondi al programma di popolamento dello spazio della NASA, facendo venir meno la posizione di vantaggio strategico che l’America aveva nella corsa allo spazio. I soli tagli di spesa che ha effettuato sono stati la riduzione di 100 miliardi di dollari del budget del Pentagono, indebolendo così la nostra capacità militare.

    Ma il suo peggior crimine, l’unico per il quale egli non può e non deve mai essere dimenticato, è aver accumulato un mastodontico deficit pubblico. La sua amministrazione ha fatto approvare a rate un disavanzo di migliaia di miliardi di dollari: ha accresciuto più lui il debito pubblico che non tutti i presidenti prima di lui, da George Washington a Ronald Reagan, messi insieme. È in via di accumulare 10mila miliardi di dollari di debito nei prossimi dieci anni, una cifra incredibile, che nessuno Stato può mai sostenere. In breve, la politica di spesa-indebitamento di Obama sta seppellendo l’America sotto una montagna di inchiostro rosso [con cui si segnano le cifre negative]. La nostra sicurezza finanziaria e nazionale di lungo termine è minacciata.

    I risultati sono stati disastrosi: i piani d’incentivo da 800 miliardi di dollari non sono riusciti a ripristinare la crescita, salvo quella del big government; l’inflazione sta salendo; il disavanzo commerciale si sta allargando; il dollaro crolla; la disoccupazione rimane ferma al 10 per cento circa; i capitali d’investimento e di affari sono in fuga; i pignoramenti di abitazioni continuano; la classe media affonda: sta subentrando la disperazione, mentre il Paese è alla deriva e la gente sta perdendo speranza.

    Ecco perché i democratici a novembre subiranno una disfatta. Se i numeri dei sondaggi odierni tengono, i repubblicani rivinceranno non solo alla Camera ma forse anche al Senato.       E sarà un duro e umiliante ripudio del programma radicalsocialista di Obama, che ha commesso il peccato capitale della politica: ha esagerato. E adesso arriva la resa dei conti.


[L'articolo è stato pubblicato su The Washington Times il 14 ottobre 2010]

lunedì 11 ottobre 2010

Il conservatorismo
di Michael Savage
Il conduttore di talk show scrive che l’Obamanomics equivale a «impoverire i poveri»


    Michael Savage[1] ha scritto un libro attuale e importante. Il fiero conduttore di talk radio, il cui programma The Savage Nation [La nazione di Savage, oppure, con un facile gioco di parole, La nazione selvatica] vanta quasi dieci milioni di ascoltatori alla settimana, ha scatenato un autentico jihad politico contro il presidente Obama.
    Impoverire i poveri: fermiamo l’assalto di Obama alle nostre frontiere, alla nostra economia, alla nostra sicurezza, pubblicato da Harper Collins, è un grido di dolore conservatore, un appassionato manifesto contro il programma radicalsocialista di Obama. Secondo Savage, il presidente è un sinistroide ancora in età adolescenziale, un narcisista la cui megalomania e i cui piani grandiosi minacciano di distruggere l’America tradizionale: «Il presidente Obama è come un bimbo spaccatutto che butta per terra un orologio di valore inestimabile che gli è stato dato in mano con estrema cura», scrive. «Senza rispetto per il valore di quello che tiene nella mano, con noncuranza lo frantuma sul pavimento e poi non riesce più a rimetterne assieme i pezzi».
    Savage chiama il presidente "Obama il Distruttore", perché il suo obbiettivo è quello di smantellare la sovranità e il libero mercato americani per instaurare al loro posto una socialdemocrazia multiculturale. Savage rivela che le politiche di Obama sono fondamentalmente non-americane e che Obama è il primo leader post-nazionale nella storia degli Usa.
    Egli avverte altresì che, lungi dall’essere un miope scolastico marxista, il presidente sta perseguendo una sistematica e deliberata strategia volta a plasmare uno Stato-bàlia all’europea. Obama non è semplicemente un progressista ingenuo, ma piuttosto un socialista rivoluzionario che professa una sorta di  "pan-leninismo". Come il fondatore della Rivoluzione bolscevica del 1917, Vladimir Lenin, Obama è un uomo dell’internazionale rossa, il cui sogno è quello di coinvolgere l’America in un grande disegno ideologico. Ecco perché ha fatto passare — contro la volontà del popolo americano — un nuovo sistema sanitario all’europea imperniato sullo Stato. Ecco perché sostiene con zelo le carbon taxes, la legislazione sul cap-and-trade, i massicci aumenti delle imposte sui redditi, la nazionalizzazione delle case automobilistiche e di gran parte del settore finanziario, gli enormi programmi di spesa e il finanziamento federale dell’aborto. Lo fa perché vuole che l’America diventi una fotocopia dell’Europa. Di fatto, Savage è convinto che il presidente sia un progressista transnazionalista, che crede fino in fondo in un governo mondiale universale basato sulle Nazioni Unite. Il capitalismo, lo Stato-nazione e l’eredità ebraico-cristiana dell’America vanno pertanto tutti gettati nella pattumiera della storia.
    Savage rivela che Obama sta decimando la classe media. La sua politica di tassazione e spesa sta creando una "povertà indotta". Milioni di americani stanno perdendo il lavoro, la casa e i mezzi di sostentamento per colpa della Obamanomics. L’America sta diventando un Paese a due livelli, uno popolato dai poveri che dipendono dai sussidi statali, l’altro, la nuova classe dirigente. Obama e i democratici, insieme ai loro alleati progressisti nel mondo dei media, dei sindacati e di Hollywood, cercano solo di rafforzare il loro potere. Non sono animati né da compassione, né da altruismo, ma solo dall’ambizione e dalla cruda e sfrenata brama di controllo della società.
    Il conservatorismo stile "one nation" di Savage non sta bene a molti esponenti dei media o addirittura della destra stessa. Egli è stato emarginato per anni, denunciato da molti liberal e da conservatori come un burino di destra o un bombarolo irresponsabile. Il suo vero crimine è tuttavia solo quello di essere, sebbene conservatore, un vero e proprio cane sciolto che non vuole far parte del decrepito e venale establishment del Great Old party (GOP). Savage sostiene che i repubblicani «[...] hanno violentato la signora Libertà per otto anni» durante l’amministrazione di George W. Bush: in breve, Savage non è il cagnolino del GOP.
    Non vi è alcunché di educato o di cauto nella sua politica: è un guerriero culturale, che non ha paura di sfidare la dominante ortodossia secolaristica e multiculturale. È contro l’aborto, tranne nel caso in cui la vita della madre sia a rischio. Pretende la chiusura della frontiera meridionale dispiegandovi migliaia di soldati americani. Vuole deportare tutti gl’immigrati illegali condannati per crimini di violenza. Crede che l’inglese debba essere la lingua ufficiale del Paese. È convinto che l’Occidente ha ingaggiato una lotta mortale contro l’islam radicale e che debbano essere usati tutti i metodi disponibili — inclusa l’analisi del comportamento – per vincere la guerra. In poche parole, Savage è una rarità nell’odierno Nuovo Ordine Mondiale: è un coriaceo nazionalista schierato per "la lingua, le frontiere e la cultura".
    Savage è disposto a dire in pubblico ciò che molti conservatori si limitano a sussurrare in privato. Ecco perché i suoi fan lo adorano e i suoi nemici lo disprezzano. È un uomo di un’altra generazione e di un altro tempo. La trasmissione The Savage nation è uno degli ultimo ridotti di libera espressione nei media, un ridotto  incontaminato dal politically correct. Savage è unico fra i principali conduttori conservatori di trasmissioni radio: non è un filo-repubblicano amante delle corporation, né un libertario materialista ossessionato dal profitto e dal porno, e neppure un sostenitore del liberismo senza frontiere. Al contrario, è un conservatore tradizionalista, schierato per Dio, la Patria e la famiglia. La sua popolarità continua a volare, a dispetto delle implacabili campagne di diffamazione scatenate contro lui, perché molti americani riconoscono che questa è la visione del mondo che ha fatto grande la nostra nazione e che è essenziale per restaurare la Repubblica.  

[L'articolo è apparso su The Washington Times del 7-10-2010]

[1] Savage conduce un talk-show per la Associated Press Radio di Washington DC.

venerdì 6 agosto 2010


BENVENUTI NEGLI STATI UNITI D'ARABIA




L’America è vicina alla resa nella guerra contro l’islam radicale. È questo il vero senso della decisione di costruire una moschea e un centro culturale islamico di tredici piani a meno di duecento metri da Ground Zero. Una commissione comunale di New York City ha dato il via libera martedì al progetto, nonostante la forte opposizione di molte famiglie delle vittime degli attacchi suicidi dell’11 settembre 2001. La maggior parte dei newyorkesi e degli americani non vuole che la moschea sia eretta: sarebbe un monumento-simbolo del trionfo dell’islamismo negli Stati Uniti.
    Ground Zero è qualcosa di più del luogo dov’è crollato il World Trade Center: non è solo dove è stato commesso un enorme crimine, ma piuttosto il luogo di un atto di guerra, un terreno sacro che contiene il sangue di tremila esseri umani, in gran parte americani, assassinati in quel giorno fatale. Come Pearl Harbor, è un santuario nazionale da dedicare alla memoria delle vittime, un eterno memoriale dell’atrocità perpetrata dal fascismo islamico su suolo statunitense.
    Gli attacchi dell’11 settembre sono stato commissionati in nome della guerra santa contro l’Occidente da estremisti musulmani che hanno usato il Corano e i principi dell’islam per giustificare le loro azioni. Il loro scopo era di portare il jihad in America, scatenando lo scontro di civiltà. In tutto il mondo gl’islamisti cercano d’imporre un impero mondiale musulmano basato sulla legge della sharia. Ground Zero è dove la Guerra è tornata di casa in America.
    Ecco perché costruire questa moschea è un sacrilegio, uno schiaffo intenzionale sul volto delle vittime, delle loro famiglie e di tutti gli americani. Ecco perché gli sponsor di questo progetto rifiutano di fare marcia indietro. Sanno infatti qual è la posta in gioco: la moschea getterà una gigantesca ombra oscura su Ground Zero, fungendo da attestato della conquista islamistica dell’America. Se I’islamismo può imporre la sua volontà nei pressi del luogo dell’11 settembre, allora può imporre il suo volere ovunque.
    L’imam che promuove l’iniziativa, Feisal Abdul Rauf, è un militante musulmano incallito, un compagno di strada degl’islamisti, ilquale ha detto pubblicamente che «la politica statunitense è stata complice» degli attacchi dell’11 settembre. In altri termini, secondo lui, gli americani avrebbero attirato quelle atrocità su di loro. È un difensore di Hamas, che giustifica l’omicidio di massa di ebrei (e palestinesi) innocenti. Ha richiesto l’introduzione in America delle corti di giustizia secondo la sharia. In breve, propugna apertamente l’islamizzazione dell’America.
    Rauf è il tipico islamista ipocrita che usa la Costituzione americana per domandare il libero esercizio della religione, nel momento stesso in cui reclama la shariah, che confonde chiesa e stato e cerca di asservire i non musulmani. Gl’islamisti stanno usando le nostre libertà nello sforzo di distruggerle.
    Inoltre, molti dei cento milioni di dollari per la moschea vengono dall’Arabia Saudita. Riyadh ha sostenuto attivamente la costruzione di madrasse e di moschee nel mondo. Il regime saudita promuove il wahhabismo, una forma particolarmente virulenta di islam. Per esempio, le chiese cristiane e le sinagoghe sono vietate nell’Arabia Saudita e la persecuzione religiosa è furibonda. Ma nessuno, né il sindaco di New York Michael Bloomberg, né il Procuratore generale dello Stato Andrew Cuomo né altri i bigotti liberal sostenitori della moschea di Ground Zero, si è preso la briga d’indagare sulle origini dei fondi di Rauf. Vi sono i wahhabisti ditero la moschea? Se è così, essa diventerà probabilmente un forum di odio e di estremismo, prioprio come la moschea finanziata dai sauditi nel Nord Virginia dove il chierico Anwar al-Awlaki, legato ad al-Qaeda, predicava le virtù del jihadismo.
    Invece di farsi carico del problema, i liberal come Bloomberg si ammantano della bandiera della libertà religiosa. «Il luogo del World Trade Center avrà sempre un posto speciale nella nostra città e nei nostri cuori», ha detto il sindaco. «Ma saremmo infedeli alla parte migliore di noi stessi e di chi è newyorchese e americano, se dicessimo di no alla moschea a Lower Manhattan».
    Rauf sostiene anche che la sua finalità è eminentemente la tolleranza: per promuovere “mutua comprensione” fra le culture e il dialogo interreligioso. Oltre a ciò, argomentano i sostenitori della moschea di Ground Zero, il centro culturale sarebbe costruito non sul luogo esatto del World Trade Center, ma due isolati più in là. Ma il vero problema è la vicinanza. La moschea di Ground Zero fa infuriare così tanta gente perché l’edificio che l’ospiterebbe è stato danneggiato materialmente dai detriti del crollo delle torri durante l’assalto dell’11 settembre. La sua collocazione è fra le macerie, cade all’interno del campo di battaglia, nell’immediata cerchia in cui gli attacchi si sono verificati. Ecco perché il problema esacerba così gli animi di molte persone ferite.
    La libertà religiosa è un diversivo. I musulmani sono liberi di costruire moschee ovunque tranne che a New York o in America. Se Rauf fosse affidabile sul fatto di consolidare la pacifica convivenza delle religioni, potrebbe e dovrebbe scegliere un’altra e più ideale collocazione nella comunità dei residenti. La reazione è stata furibonda e appassionata: il timore e la rabbia tra le famiglie delle vittime sono stati palpabili. Ma i loro sentimenti non sono stati presi in considerazione. Sono stati ignorati e persino ammoniti. Rauf potrebbe porre fine a tutto ciò con un gesto di rispetto e di buona volontà. Ma non lo farà, e questo equivale a parlare meglio di interi volumi, anche se il suo programma ideologico proclama compassione e senso comune. La battaglia sulla moschea di Ground Zero è qualcosa di più di una battaglia della guerra culturale calda. È uno spartiacque: è il punto nel quale il multiculturalismo liberal ha capitolato nei confronti della inarrestabile marcia dell’islam politico. I musulmani radicali in tutto il mondo vedranno giustamente tutto ciò come un trionfo sull’inetto americano infedele. Persino il luogo del più mortale attacco portato contro l’America non è libero dalla incombente presenza dell’slam. Questo avvenimento significa la perdita e la sconfitta della volontà e dell’impegno americani nella lotta contro il jihad.
    Non è una coincidenza che il nome della moschea, Cordoba House, sia ripreso dalla città della Spagna meridionale che segnò una delle più grandi conquiste del radicalismo islamico in Europa nel corso del Medioevo. Cordoba è stato il centro principale del califfato mondiale che è incorso di realizzazione da parte degli islamisti che imperversano ai nostri giorni: proprio quel califfato che Osama bin Laden e i suoi alleati cercano di restaurare. Una moschea gigantesca è stata costruita sulle rovine di una chiesa cattolica. Per gl’islamisti, erigere moschee sui territori degli sconfitti è un segno di soggezione, la sottomissione degl’infedeli alla vera legge di Allah.
    La triste ironia del caso è che la maggior parte delle vittime del fascismo islamico sono i musulmani stessi, i correligionari, massacrati da barbari medievali. La moschea di Ground Zero li disonora nella stessa misura che disonora ogni altra persona. Bloomberg avrebbe fatto la cosa giusta se si fosse opposto alla costruzione della moschea. Ma il suo comportamento mostra che il progressismo è privo di difese al cospetto del suprematismo islamico così come accade in tutta Europa. Gli Stati Uniti di Arabia sono arrivati.

[L'articolo è stato pubblicato in The Washington Times del 5 agosto 2010]






domenica 1 agosto 2010

L’ARIZONA DOVREBBE
FARE SECESSIONE?
L’attivismo della magistratura sta spingendo l’America fino al punto di rottura. Questa settimana, un giudice federale ha bloccato articoli essenziali della legge sull’immigrazione emanata dall’Arizona, ponendosi così contro la volontà del popolo. La sentenza è di cattivo auspicio e le sue conseguenze si faranno sentire negli anni a venire.
    Il giudice in questione, Susan Bolton, nominata dal presidente Bill Clinton, è una progressista, membro di una élite che si autopresume illuminata, che crede che l’imperialismo giudiziario sia l’asso di bastoni della democrazia. La sua sentenza stabilisce che la polizia locale non può accertare se coloro che vengono arrestati o fermati per aver violato la legge controllare hanno la condizione di immigrato o no. Secondo lei, farlo equivarrebbe a un abuso contro le libertà civili e concederebbe all’Arizona una facoltà spettante al solo federal immigration system. E stabilisce anche che ai residenti non può essere richiesto di esibire prove del loro status legale.
    La decisione della Bolton colpisce al cuore la legge dell’Arizona denominata “S. B. 1070”. Voluta dal Dipartimento per la Giustizia del presidente Obama e dalla American Civil Liberties Union, la sentenza pone le premesse per una lunga battaglia legale. Il governatore dell’Arizona signora Jan Brewer assicura che si appellerà con ogni mezzo contro la sentenza, fino ad arrivare alla Corte Suprema, se necessario e che, nel frattempo, il popolo dell’Arizona e dell’America continuerà a resistere all’aggressione dell’immigrazione illegale.
    La decisione di Obama di citare in giudizio l’Arizona è un tradimento del patto costituzionale che prevede di rendere sicura una frontiera come la nostra, ormai piena di buchi. La tesi dell’Amministrazione è che la "frontiera non è mai stata così sicura". E punta all’incremento massiccio delle guardie di frontiera e delle risorse dedicate alle tecnologie necessarie per far applicare la legge. Ma la realtà resta: i clandestini continuano ad attraversare tutti i giorni. L’Arizona è la casa di oltre mezzo milione di immigrati illegali. Phoenix è diventata la capitale americana dei rapimenti. I signori della droga messicani commissionano assassini di sceriffi dell’Arizona. Il crimine violento è ormai invasivo. Invece di aiutare la gente bisognosa di protezione, Obama si è messo di fatto dalla parte dei fuorilegge.    
    Con la legge dell’Arizona Obama sta giocando la carta della politica razziale. Sta deliberatamente soffiando sul fuoco delle tensioni etniche e tal fine dipinge falsamente la legge come un passo tale da portare a uno Stato repressivo di polizia nei confronti gl’ispanici. Ma la legge mette apposta al bando ogni caratterizzazione razziale: al contrario di quanto ha asserito mentendo il presidente, a un ispanico non può essere chiesto di mostrare il documento di residenza quando sta prendendo un gelato con i suoi bambini. Dirlo è un modo di fare discriminazioni razziali e manipolazione della peggiore specie.
    L’Amministrazione e i democratici al Congresso stanno facendo il seguente calcolo strategico: pensano che la legge dell’Arizona possa diventare popolare in breve tempo non solo lì ma in tutto il Paese, anche se sono convinti che a lungo andare la legge avrà un ritorno vantaggioso per i repubblicani, specialmente con un blocco elettorale ispanico in netta ascesa. Obama, demonizzando l’Arizona, crede di corteggiare con aggressività il voto dei latino. È il classico radicalismo alla Saul Alinsky [1]: la politica del divide et impera, che mette le razze e le classi una contro l’altra al servizio del potere dello Stato.
    La sentenza della Bolton accelera il programma radicale di Obama. La sua sentenza afferma in sostanza che l’America non può proteggere la sua sovranità nazionale. Il che equivale a un invito aperto agl’immigranti clandestini a venire a loro discrezione e con la massima garanzia dell’impunità. L’America, così, non è più un vero Stato nazionale capace di difendere i suoi confini geografici, la sua identità culturale e i suoi interessi nazionali. Al contrario si sta riducendo a una colonia del nuovo ordine modiale, caratterizzato dalla globalizzazione economica, dall’internazionalismo delle grandi corporation, dagli enti sovranazionali e dall’erosione delle frontiere, almeno di quelle degne di questo nome. La classe dirigente liberal vuole sradicare lo Stato-nazione per realizzare la sua utopia globalista e socialista: ecco perché disprezza le leggi federali sull’immigrazione e rifiuta di accettarle.
    La sentenza Bolton impedisce anche allo Stato di difendersi: è una forma di disarmo unilaterale del popolo dell’Arizona di fronte a un nemico pericoloso. Il governo federale ha mostrato a più riprese che non è in grado né è disposto a rendere sicure le frontiere. La legge dell’Arizona ha il sostegno della stragrande maggioranza degli arizoniani (70 per cento), come pure degli americani. È l’espressione collettiva della volontà popolare di difendere dai criminali le proprie case, la proprietà e la vita. È un modo per incorporare democraticamente in una legge la garanzia dei diritti derivanti da Dio alla vita, alla libertà e all’autogoverno.
    Ma il giudice Bolton e l’amministrazione Obama stanno instaurando una prassi neo-aristocratica, in cui giudici di sinistra, ovvero attivisti elitaristi in abito nero, passano sopra la legittimità democratica. E questo si traduce in una forma di autoritarismo morbido.
    In risposta alla controversa sentenza di John Marshall, Chief Justice della Corte Suprema nel 1832, il presidente Andrew Jackson ritenne di dire: «John Marshall ha emesso la sua sentenza, ora vediamo se gli riesce di farla rispettare». La Brewer dovrebbe prendere una pagina del taccuino di Old Hickory [2] e dire: il giudice Bolton ha emesso la sua sentenza, ora vediamo se è capace di farla rispettare.
    Il governatore dell’Arizona dovrebbe appoggiarsi allo zoccolo duro dei principi che sanciscono i diritti degli Stati e l’autogoverno democratico e imporre che la legge S. B. 1070 entri in vigore nonostante il divieto federale, cosa che farebbe aprire un confronto costituzionale fra la signora Brewer e Obama, l’Arizona e Washington. Che cosa farebbe allora il Dipartimento alla Giustizia? Porterebbe via in manette la signora Brewer e la getterebbe in prigione? In altri termini, il popolo dell’Arizona dovrebbe impegnarsi in una pacifica forma di disobbedienza civile.
    Per troppo tempo, i liberal hanno usato i tribunali per imporre la loro ingegneria sociale radicale a una popolazione recalcitrante: aborto, “matrimonio” fra omosessuali, pornografia, quote razziali, iniziative egualitaristiche, divieto di pregare nella scuola pubblica: tutte questioni che sono state risolte attraverso misure imposte da un corpo giudiziario imperialista schierato contro i desideri della maggioranza. La legge dell’Arizona è la riaffermazione dell’autogoverno democratico contro il Leviatano federale.
    L’Arizona è il luogo dove la vecchia repubblica resisterà in piedi oppure crollerà. Si tratta di uno scontro alla Mezzogiorno di fuoco: o l’America torna al suo sistema costituzionale basato sul federalismo autentico, sui diritti degli Stati, sulla libertà individuale e sulla decentralizzazione del potere, oppure continuerà a scivolare verso le tenebre di un Superstato socialista. Washington, con la sua burocrazia straripante, con la sua arroganza imperiale, con la sua dirompente corruzione e con il suo pericoloso distacco dal cittadino comune, è divenuta oggetto di disprezzo e di sfiducia per molti americani, che si traduce in una secessione morale e in una profonda alienazione del popolo dalla classe liberal al potere.
    In futuro, molti Stati, compresa l’Arizona, potranno dover decidere di non avere altra scelta se non di distaccarsi dall’Unione. La scelta diventa sempre più chiara: o devolution o dissoluzione.



[1] Saul David Alinsky (1909-1972), agitatore socialista di origini russo-ebraiche, di Chicago, uno degl’ispiratori culturali di Obama.
[2] Soprannome (“noce americano”, albero dal legno molto duro) di Jackson (1767-1845), settimo presidente degli Stati Uniti.

[L'articolo è statopubblicato su The WashingtronTimes il 29-7-2010]




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