"RIGHT IS RIGHT, LEFT IS WRONG"

sabato 10 luglio 2010

PERCHE' OBAMA E' CULTURALMENTE
UN MUSULMANO






Il presidente Obama sta tradendo gli ebrei. Da un punto di vista culturale è un musulmano che, nella lotta per la vita o per la morte contro Israele, parteggia per il mondo islamico. A meno che gli ebrei americani non si sveglino e assumano una posizione franca contro la politica filoaraba e antiisraeliana di Obama, lo Stato ebraico si di fronte alla possibilità di una guerra nucleare e persino di un possibile annientamento.
    Obama si è incontrato in settimana col Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. L'obiettivo: riparare le crepe diplomatiche tra Washington e Gerusalemme. «Il legame tra gli Stati Uniti e Israele è inscindibile», ha detto Obama. «Riguarda i nostri interessi di sicurezza nazionale, i nostri interessi strategici, ma, cosa ancora più importante, il legame fra due democrazie che condividono un insieme di valori comuni e i cui popoli sono cresciuti, col passare del tempo, sempre più stretti l'uno accanto all'altro».
    Non gli credete. Di fronte ai giornalisti, Obama può anche elogiare lo Stato di Israele. Ma, a sipario abbassato, sta vendendo gli ebrei “giù al fiume”, cioè a mani basse. Secondo una notizia recente riferita da World Tribune, un importante sito web di intelligence, funzionari governativi hanno assicurato alla famiglia reale saudita che Obama intende far pressioni su Netanyahu perché accetti uno Stato palestinese, che comprenda la Cisgiordania e Gaza, con Gerusalemme Est come capitale.

    Obama, come molti nel mondo arabo, crede che la chiave perla pace in Medio Oriente stia nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Ma non è così. Piuttosto, una Palestina indipendente sarà come un picchetto islamico conficcato nel cuore dello Stato ebraico.

    Il ritiro di Israele entro i confini precedenti al 1967 renderà Gerusalemme del tutto vulnerabile a un assalto militare. Gli arabi avranno i mezzi strategici per realizzare la loro ambizione di sempre dalla creazione Israele nel 1948: spazzare via gli Ebrei.
    Il regime democraticamente eletto di Hamas, che governa sulla Striscia di Gaza, invoca apertamente la distruzione degli ebrei. L'Autorità Palestinese nella Cisgiordania guidata dal presidente Mahmoud Abbas indottrina sistematicamente i palestinesi sul «malvagio Stato sionista».

    La televisione, le scuole e i media controllati dallo Stato, tutti predicano che Israele è uno Stato intrinsecamente «illegittimo», che dev'essere «eliminato». La stragrande maggioranza dei palestinesi (e degli arabi) non vuole la pace: vuole la conquista.

    Lidea di due Stati in cui ebrei e palestinesi vivano fianco a fianco in coesistenza pacifica è un'illusione. Se i palestinesi abbandonassero le loro armi, sarebbe la pace. Se fossero gli israeliani ad abbandonare le loro, sarebbe il genocidio.

    La causa alla radice della violenza in Medio-Oriente non ha nulla a che vedere con il conflitto israelo-palestinese. Esso serve solo a distrarre l'attenzione, è una comoda scusa usata in maniera coerente dai despoti arabi per nascondere il vero morbo che affligge la regione: l’Islam radicale.

    Fin dai suoi esordi, la civiltà islamica è stata in guerra coi suoi vicini. La fede musulmana si è diffusa attraverso i secoli con la spada e il jihad violento, la guerra santa. Per questo durante il Medioevo cristiani ed ebrei sono stati trucidati ed espulsi dalle terre arabe. Per questo i turchi ottomani hanno invaso e conquistato la Spagna, il Portogallo, i Balcani e parte della Francia e dell’Italia, arrivando fino alle porte di Vienna.

    Per questo, al giorno d’oggi, i sauditi continuano a spendere miliardi di dollari per finanziare madrasse estremiste in tutto il mondo. Per questo gl’islamo-fascisti, come i talebani e Al Qaeda, sono alla ricerca di un califfato mondiale basato sulla legge della sharia. Per questo i mullah sciiti rivoluzionari dell’Iran sono in marcia verso il possesso della bomba atomica.

    L’islam politico è stato in guerra contro l’Occidente fin da principio, dapprima contro la cristianità e, ora, contro la sua variante secolarizzata moderna, la democrazia liberale. Non c’è via di scampo né per Israele, né per l’America. Gli islamisti disprezzano lo Stato ebraico, perché è il baluardo strategico dell’Occidente in Medio-Oriente. Un avamposto democratico in una regione caratterizzata da arretratezza economica, autoritarismo e da fanatismo religioso. Gli Stati Uniti sono il bastione del mondo libero e l’ultima grande potenza dell’Occidente. Ecco perché, per gli islamici radicali, queste due nazioni devono essere annientate. È una battaglia all’ultimo sangue e solo una delle due fazioni potrà ergersi vittoriosa.

    Malgrado tutte le sue manchevolezze (ed erano un bel po’), l’ex-presidente George W. Bush aveva compreso questa verità fondamentale. Ecco perché decise di combattere la guerra contro il terrorismo islamico ed è stato il leader più filo-israeliano nella storia degli Stati Uniti. Aveva capito una semplice verità: la lotta d’Israele è la dell’Occidente.
    Obama è l’anti-Bush. È virulentemente anti israeliano e paladino dell’appeasement nei confronti dell’islam radicale. La ragione di ciò sta nel background e nella visione del mondo obamiane, che lo rendono la persona meno adatta a continuare la guerra contro il terrorismo.
    In gioventù, Obama è stato allevato ed educato come un musulmano. Suo padre e il suo patrigno erano musulmani. Quando Obama frequentava una scuola cattolica in Indonesia era registrato come cittadino indonesiano e “musulmano”. Nelle scuole pubbliche era identificato come praticante l’islam. Con il nome di “Barry Soetoro” era obbligato a prendere lezioni di dottrina islamica quotidiane, a recitare preghiere, a studiare il Corano e a imparare l’arabo. I suoi vecchi compagni di classe e insegnanti lo ricordano come un musulmano devoto.

    Per esempio, Rony Amir, un amico di infanzia del giovane "Barry", ha descritto Obama come «un tempo del tutto devoto all’Islam». «All’epoca, lo invitavamo spesso nella camera di preghiera attigua alla casa», ha detto Amir. «Quando vestiva il sarong [un indumento che si indossa attorno alla vita in occasioni particolari o per cerimonie religiose] sembrava davvero buffo».

    E la simpatia di Obama per la cultura islamica non si limita agli anni della giovinezza. In un’intervista al New York Times, Obama descriveva l’appello musulmano alla preghiera come «uno dei suoni più belli che si possono ascoltare al tramonto sulla Terra». Il Times notava anche Obama recitava i primi versi dell’appello musulmano alla preghiera «con un accento [arabo] ineccepibile». Questi alcuni dei primi versi:

«Allah è il Supremo!
Allah è il Supremo!
Allah è il Supremo!
Allah è il Supremo!
Testimonio che non c’è altro dio se non Allah
Testimonio che non c’è altro dio se non Allah
Testimonio che Maometto è il suo profeta…».

    Obama sostiene di essere un cristiano praticante. Eppure, non si può negare che il suo retaggio musulmano e il suo background islamico influenzino i suoi pensieri e le sue azioni. Culturalmente, è il primo Presidente musulmano d’America. Si rifiuta di ammettere che c’è una guerra contro il terrorismo islamistico; il suo consigliere per le attività di antiterrorismo, John Brennan, nega addirittura che il jihad è un motore per l’estremismo musulmano; in pubblico critica aspramente Israele perché costruisce alloggi per ebrei a Gerusalemme Est; poi invita all’“impegno” e al “dialogo” con l’Iran; cerca un riavvicinamento con la Siria, facendo finta di non vedere i suoi rapporti con Teheran e con Hezbollah; sta spingendo le truppe statunitensi fuori dall’Iraq prima del tempo e imponendo regole d’ingaggio talmente paralizzanti, che la vittoria in Afghanistan è pressoché impossibile, e questo per paura che dei civili vengano uccisi e di “far infuriare” i musulmani; chiede che Gitmo [Guantanamo] sia chiusa e vuole che terroristi come Khalid Sheikh Mohammed, la mente dell’11 settembre, siano processati da tribunali civili; ha ordinato che la missione “prioritaria” della NASA non sia l’esplorazione dello spazio, ma l’estensione al mondo islamico; infine abbraccia in maniera adamantina la causa dello Stato palestinese, sebbene ciò comporti un rischio mortale per Israele.

    In breve, Obama cerca di coccolare il mondo islamico: il risultato è che l’Iran è a un passo dal procurarsi la bomba: il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad – come tutti I fanatici – fa sul serio. Ha giurato di ammazzare tutti gli ebrei d’Israele una volta per tutte.    
    Obama non ha la stoffa del grandioso pacificatore. Piuttosto è un ingenuo, sciocco sinistrorso che, accecato dai suoi paraocchi ideologici, fa esattamente il gioco che da lui si aspettano i nemici dell’America dalle mani insanguinate.



['articolo è stato pubblicato su The Washington Times l'8 luglio 2010].

mercoledì 7 luglio 2010

CHI HA PERSO IN AFGHANISTAN?

L’America sta per incappare in una colossale disfatta in Afghanistan. Salvo un drastico mutamento di politica e di leadership, gli Stati Uniti patiranno il più catastrofico insuccesso militare della loro storia, che segnerà la fine dell’era americana e la perdita del loro status di superpotenza agli occhi del mondo.
    Il presidente Obama ha correttamente esonerato il generale Stanley A. McChrystal dal comando in capo in Afghanistan. Nessun ufficiale, per quanto capace o alto in grado, deve permettersi di mancare pubblicamente di rispetto al suo capo civile, specialmente se si tratta del comandante in capo e del vice-presidente. Si tratta di un comportamento che demoralizza le truppe sul campo e veicola confusione fra il settore civile e quello militare dello Stato.
    Il generale McChrystal ha dimostrato ben poco giudizio nel permettere a un reporter della rivista Rolling Stone di ottenere un accesso pressoché illimitato al la sua cerchia di collaboratori più interna. Ha permesso ai suoi aiutanti di spalancare la bocca davanti a un cronista anti-militarista di una rivista che fa parte della controcultura pacifista. Avrebbe dovuto sapere che così preparava un fiasco in ambito di pubbliche relazioni e uno scontro con la squadra incaricata della sicurezza nazionale di Obama.
    Il vice-presidente Joseph R. Biden Jr. è stato schernito e l’ambasciatore americano in Afghanistan Karl W. Eikenberry deriso come un opportunista pronto ad accoltellarti alla schiena, mentre l’inviato speciale Usa nella zona, Richard Holbrooke, è stato definito un incompetente e il consigliere per la Sicurezza Nazionale James L. Jones chiamato "pagliaccio". Gli aiutanti di campo più vicini al generale McChrystal hanno rivelato altresì la delusione patita dal generale dopo i suoi primi incontri con Obama. Il primo della serie è stato solo l’occasione — dieci minuti in tutto — per prendere fotografie; si dice poi che il generale abbia esternato che il presidente, in un altro meeting di fronte agli alte sfere militari, era apparso "disimpegnato", nonché "imbarazzato e intimidito".
    Questo può essere ben vero: ma aver detto tutto ciò in pubblico ha messo il generale McChrystal in una posizione insostenibile ma inevitabile: le norme dell’etica militare impongono infatti che nessuno possa apertamente criticare i propri superiori, anche se questi si rendono ridicoli.
    Ma le dimissioni forzate del generale McChrystal rivelano il fallimento radicale della leadership bellica di Obama. Il generale McChrystal aveva votato per lui: era il successore designato dal presidente per guidare la campagna militare in Afghanistan; insieme a Obama il generale McChrystal aveva formulato e sottoscritto la strategia di controguerriglia che è ora in atto e aveva concordato sulle severe regole d’ingaggio, che impediscono ai nostri soldati di combattere efficacemente contro i talebani per paura di colpire i civili.
    In breve il generale McChrystal era l’uomo del presidente: il guerriero liberal desideroso di attuare il processo di nation building e di conquistare i cuori e le menti della popolazione afghana. Egli aveva il compito di tradurre in pratica il modo di far la guerra postmoderno di Obama, cioè di trasformare le truppe americane in un corpo armato di pace: i soldati statunitensi non hanno cioè il compito di uccidere i terroristi e di bombardare i loro “santuari”, ma, invece, d'impegnarsi a costruire strade, canali e impianti idrici, dando una mano con progetti di sviluppo economico e fraternizzando con i locali. Uno stile che si potrebbe chiamare "guerra attraverso i lavori socialmente utili".
    Nel frattempo, la battaglia-chiave per la conquista di Marjah rimane aperta e la maggior offensiva della guerra, quella finalizzata alla presa della roccaforte talebana di Kandahar, è stata (di nuovo) posposta. Le perdite degli Stati Uniti e della Nato sono in forte crescita. Il presidente afghano Hamid Karzai non crede più che le forze statunitensi abbiano la volontà e la potenza sufficienti per vedere la fine della guerra: Karzai ha perso fiducia nell’America. Sta cercando di interrompere le trattative per la condivisione del potere con le fazioni talebane. Il potere e il prestigio degli Stati Uniti sono in declino non solo in Afghanistan, ma in tutta la regione. La frustrazione del generale McChrystal è un sintomo di grossolana incompetenza: la sua, ma, cosa ancor più importante, anche quella del presidente Obama e del suo team, i quali sono incapaci di vincere la guerra.
    La nomina del generale David H. Petraeus al posto del precedente delegato al comando supremo in Afghanistan è un atto disperato. È l’ultima spiaggia di Obama, una scommessa disperata per salvare lo sforzo bellico cambiando l’uomo che ha invertito l’onda di sconfitta in Iraq. Ma è un tentativo destinato all’insuccesso. Obama sta cambiando le poltrone di coperta sul Titanic: ma, fregandosene di quello che fa il capitano, gli iceberg jihadisti stanno per affondare la nave da battaglia americana.
    L’Afghanistan non è l’Iraq: è il "cimitero degl’imperi", una nazione dall’aspro terreno e pieno di svariati signori della guerra e di tribù, ideale per la guerra di guerriglia. La famosa Armata Rossa sovietica vi è stata schiacciata negli anni 1980. L'Inghilterra imperiale vi fu sconfitta, non una sola volta ma due, durante il XIX secolo. E la ragione è che entrambe furono attirate in una lunga guerra di logoramento: alla fine, le montagne selvagge e primitive, le caverne e i combattenti afghani sono riusciti a fiaccare forze di molto superiori, dissanguandole lentamente fino a ucciderle.
    L’America sta ripetendo gli errori del passato. Il problema in Afghanistan non è di personale, ma di strategia. È irrilevante che sia il generale McChrystal o il generale Petraeus a condurre la guerra: si tratta di una strategia profondamente viziata in radice, che non dipendende da chi ne è responsabile.
    La decisione di Obama di annunciare l’inizio del ritiro delle truppe per il luglio del 2011 è il sigillo che la guerra non può essere vinta. I talebani stanno solo aspettando che l’America sia fuori dal territorio afghano; le loro forze militari stanno aumentando la portata degli attacchi, perché sanno che uccidendo un numero sempre più alto di soldati americani accelereranno il ritiro. Inoltre, il popolo afghano non ha incentivi a cooperare con le forze americane e della Nato perché sa che, una volta che l’occidente se ne sarà andato, saranno lasciati nelle peste. I talebani e al Qaeda non se ne andranno, ma gli Yankee sì: e la ricompensa islamista per la collaborazione con gl’infedeli sarà rapida, brutale e senza misericordia.
    Ancora, la decisione di non dispiegare massicciamente forze aeree e truppe di terra americane nel vicino Pakistan, specialmente nelle aree dove la frontiera è porosa, cioè nelle province lungo il confine nord-occidentale, ha garantito ai talebani un rifugio sicuro dal quale lanciare una prolungata campagna di guerriglia contro gli occidentali. Finché gl’insorti islamisti nonsaranno scacciati dal Pakistan, il conflitto in Afghanistan si protrarrà insensibilmente, senza scopo, tragicamente.
    Il vicepresidente Biden ha annunciato che "molte truppe" "lasceranno" l’Afghanistan nell’estate del 2011. L’Amministration ha già, in sostanza, sventolato la bandiera bianca della resa. Gli Stati Uniti lasceranno l’Afghanistan da sconfitti, umiliati sulla scena mondiale come una "tigre di carta", come nazione incapace e che si autocommisera, non in grado di portare il peso della leadership globale. La sconfitta americana in Afghanistan rappresenterà una vittoria storica delle forze del fascismo islamico, perché l’islam radicale avrà messo in ginocchio il gigante americano proprio nel luogo, l’Afghanistan, dove gli attentati dell’11 settembre 2001 sono stati prefigurati e pianificati, e questo equivarrà alla morte del predominio americano.

[L'articolo è stato pubblicato su The Washington Times del 24-6-2010]

lunedì 21 giugno 2010

LA CAPITOLAZIONE
DELLA CAPITALE



Il Presidente Obama è diventato una calamità nazionale: i suoi quasi diciotto mesi di presidenza mostrano chiaramente la sua incapacità a ricoprire in maniera efficace la carica di capo del potere esecutivo del Paese. In breve, è un colossale fallimento.

    Si pensi a come ha affrontato la fuoriuscita di petrolio dall’impianto BP. Ha provato maldestramente ad aggiustare alla bell’e meglio la risposta del governo alla più grande catastrofe ambientale nella storia degli Stati Uniti. Non era certo lui il responsabile dell’esplosione avvenuta presso l’impianto di trivellazione Deepwater Horizon, né dei milioni di barili di petrolio grezzo zampillanti dal fondo dell’oceano che hanno devastato le sponde del Golfo del Messico e il loro prezioso ecosistema.
    La sua colpa sta nel non esser stato capace di contenere e ripulire la fuoriuscita. Obama è il presidente degli Stati Uniti. Suo dovere primario è quello di proteggere la nostra sicurezza nazionale, sia dai terroristi assassini, sia dalle tonnellate di liquame nero che decimano mestieri e mezzi di sostentamento dei cittadini della Gulf Coast. Invece di dichiarare lo stato di emergenza, nel “Giorno Uno” della crisi, Obama ha tentennato e la sua intera amministrazione se ne è stata con le mani in mano.
    Il Segretario alla Sicurezza Nazionale Janet Napolitano ha aspettato più di una settimana prima di chiamare la Marina e la Guardia Costiera, perché la Napolitano ha candidamente ammesso di non avere idea che la Marina era in possesso dell’equipaggiamento necessario a far fronte alla falla. Il compito di Obama dovrebbe consistere nel coordinare le varie forze che interagiscono per affrontare la crisi: ci sono invece volute settimane prima che all’ammiraglio Thad Allen della Guardia Costiera fossero finalmente dati i poteri e le responsabilità necessari e fosse individuata una catena di comando. Obama, inizialmente, aveva fatto affidamento sul fatto che la BP sarebbe riuscita a fare una cosa che invece toccava a lui, cioè bloccare la fuoriuscita.
    La sua risposta è stata tardiva e patetica. Sono passate settimane prima che Obama si recasse in visita nel Golfo, quasi che non potesse perdere tempo nell’affrontare una catastrofe ecologica sulle coste americane, impegnato com’è a costruire l’utopia progressista. A un socialista visionario non può piacere il difficile compito del governare: non lo considera alla sua altezza: che ci pensino i lacché della burocrazia.
    Come se non bastasse, Obama ha aumentato l’entità del danno economico nel Golfo. La sua decisione di imporre una moratoria di sei mesi sui permessi per le trivellazioni in acque profonde costerà migliaia di posti di lavoro, farà aumentare i costi dell’energia prodotta in patria e aumenterà il fabbisogno di petrolio estero, specialmente di quello proveniente da "petrolstati" antiamericani come l’Arabia Saudita, la Russia e il Venezuela. Obama non è solo un incompetente, ma uno che fa un sacco di danni. 
    Il governatore repubblicano della Louisiana Bobby Jindal ha giustamente osservato che il governo federale si è rifiutato di intraprendere un’azione decisa per contenere la fuoriuscita ed evitare che il liquame nero raggiungesse la costa: non si è fatto un uso adeguato dei macchinari di aspirazione più sofisticati; si è deciso troppo tardi e a casaccio di alzare quelle lunghe barriere di sabbia che erano invece di vitale importanza; si è pensato di non mobilitare tutti i mezzi a disposizione della Marina e della Guardia Costiera, né si è voluto ricorrere agli efficaci macchinari di contenimento offerti da altri Paesi, come la Norvegia e gli Stati del Golfo Persico, con i quali si era riusciti in passato ad arginare analoghe fuoriuscite di petrolio in acque alte.
    Obama ha piuttosto cercato di sfruttare l’incidente petrolifero della BP per accelerare i tempi di attuazione del suo programma radical-progressista ed espandere i poteri dello Stato-controllore. Egli ha strumentalizzato a fini politici la fuoriuscita di petrolio, applicando la regola di Saul Alinsky, il teorico della nuova sinistra degli anni 1960, sfruttando cioè un incidente per accelerare la distruzione del capitalismo, ovvero: crisi permanente al servizio della rivoluzione permanente.
    Ecco perché, nel discorso teletrasmesso dall’Oval Office martedì scorso, Obama ha rilanciato l’appello per un “New Deal” verde, chiedendo che l’America smetta di fare affidamento sui combustibili fossili e si converta a un’economia fondata sull’“energia pulita”. Obama vuole 160 miliardi di dollari per finanziare una politica che promuova l'“industria verde”, cioè vuole attuare massicci incentivi governativi per stimolare l’uso di energia solare ed eolica.
    Spinge perché il Senato approvi leggi radicalmente innovative del tipo "cap-and-trade", nonché per istituire una tassa nazionale sull’energia e imporre alle imprese di porre un freno alle emissioni di anidride carbonica. Tutto ciò provocherà un aumento dei costi per l’energia — specialmente benzine e gas naturali — che costringerà i cittadini a ridurre drasticamente i consumi. E questo potrebbe mettere a rischio lo standard di vita americano e rappresenterebbe inoltre la maggior estensione del potere statale della storia degli Stati Uniti,perché il governo inquadrerebbe e controllerebbe direttamente l’industria. Obama mira infatti a instaurare uno Stato assistenziale "verde" basato sulla pianificazione centralizzata e sui grandi apparati burocratici.
    Il presidente sta conducendo un assalto frontale contro lo Stato di diritto e i tradizionali diritti di proprietà. La BP dovrebbe pagare l’intero costo dei danni della falla e delle operazioni di ripulitura, dal momento che il guaio l’ha fatto lei. La BP è anche responsabile delle profonde conseguenze economiche per la regione: la perdita del lavoro e dei mezzi di sostentamento di coloro che vivono di pesca, lo sconquasso nell’industria del turismo e il disastro delle comunità colpite. Il colosso petrolifero è pienamente responsabile e dovrebbe pagare fino all’ultimo spicciolo.
    Ma ottenere questo è compito dei tribunali: il processo giudiziario esiste proprio per questo. Obama, invece, sta procedendo in maniera illegale e inaudita: vuole costringere la BP a stanziare venti miliardi di dollari su un conto-deposito, che sarebbe amministrato da un funzionario nominato da lui e dovrebbe risarcire le vittime della fuoriuscita. La BP ha accettato di costituire questo fondo, spinta dall’enorme pressione politica: in altre parole il colosso petrolifero ha capitolato dinanzi alla prepotenza furfantesca dell’amministrazione.
    Un comportamento del genere sarebbe più degno di un Vladimir Putin o di un Hugo Chavez che non di un presidente americano. Obama sta in sostanza conducendo un’operazione di razzia di beni privati di una società commerciale, perché un suo compare asservito a un’agenda politica possa elargire pagamenti, facendolo sembrare un leader in carica. La BP e i suoi azionisti devono essere sacrificati sull’altare dell’immagine delle pubbliche relazioni di Obama. Ma questa non è leadership: è totalitarismo strisciante.
    Nessuna delle iniziative di Obama — il conto-deposito di venti miliardi di dollari, il divieto di trivellazione, la diffamazione di BP, il cap-and-tax sulle emissioni di gas, l’appello donchisciottesco all’uso di mulini a vento e di automobili a energia solare — farà la sola cosa necessaria e che gli era stata chiesta: turare la falla. In altre parole, Obama non è capace di risolvere il problema che ha per le mani, oppure non ha alcuna intenzione di farlo.
    Nel suo discorso del martedì sera, Obama ha praticamente ammesso di non sapere con precisione che cosa deve fare per risolvere nell’immediato il disastro dovuto alla falla petrolifera. Ha invitato, comunque, gli americani ad auspicare un non meglio precisato futuro che vedrà l’inverarsi di un’utopia verde. «Anche se non possiamo esattamente a che cosa assomiglierà — ha detto —, anche se non sappiamo precisamente come ci arriveremo: sappiamo solo che ci arriveremo».
    Agli americani non interessano soporifere lezioni sull’energia pulita, quando le loro coste sono devastate, la loro patria è sotto attacco,i suoi cittadini vivono una situazione disperata. Il presidente ha completamente mancato di raccogliere la sfida, perché è fuori della sua portata.

[L'articolo è stato pubblicato su The Washington Times il 17-6-2010].

lunedì 14 giugno 2010

UNA PRESIDENZA
DI SCARSA CLASSE


Il presidente Obama ha ancora una volta svilito il suo ufficio di presidente. Oggetto di aspre critiche per l’inettitudine con la quale sta trattando il problema del pozzo petrolifero BP in avaria, Obama ricorre all’arma della volgarità, sperando così di apparire “tosto” al pubblico americano.
    In una recente intervista al Today Show della NBC, Obama ha risposto alle critiche secondo le quali la sua azione contro la perdita di petrolio avrebbe dovuto essere più impegnata ed energica, dicendo: «Sono stato laggiù un mese fa, prima che la maggior parte degli attuali chiacchieroni si fosse nemmeno accorta del Golfo (del Messico); e non me ne sto seduto a far niente: se parlo solo con gli esperti è perché mi trovo in un seminario accademico: questi signori teoricamente hanno le risposte migliori, quelle che mi indicano chi devo prendere a calci nel culo».
    È davvero così? Obama dovrebbe vergognarsi. I presidenti americani storicamente hanno spesso usato un linguaggio pepato, perfino un linguaggio blasfemo in discussioni private: Andrew Jackson, Harry Truman e Richard Nixon sono i più indiziati. Ma nelle dichiarazioni pubbliche, essi comprendevano che bisognava esprimere la dignità e il decoro dell’Oval Office. Tutti i presidenti hanno fatto così: fino a Obama.
    La presidenza non è solo la carica più alta della nostra terra: essa contiene ed esprime altresì la volontà collettiva della democrazia americana. Obama occupa una posizione sacra e nobile, che gli è stata affidata dal popolo americano. I suoi commenti rivelano un completo disprezzo per la carica che egli ricopre. Il suo è un linguaggio da bandito di strada, che sta meglio in bocca a un attivista comunitario della parte sud di Chicago che non in bocca al leader del mondo libero. Ma il suo è solo il tentativo di assumere un atteggiamento politico che simuli una leadership di tipo decisionista.
    Per settimane, Obama è stato messo sotto il torchio dai suoi alleati di sinistra affinché scatenasse il demagogo che è in lui nell’affrontare il problema del pozzo della BP nel Golfo del Messico. Volevano che mostrasse più empatia, passione e sdegno. Volevano che esprimesse maggiore solidarietà verso i pescatori, i piccoli imprenditori e la vita selvatica della regione. Invece il presidente, di fronte al peggior disastro ambientale nella storia americana, si è mostrato distaccato, disimpegnato e freddo.
    Come una barca in avaria, persino molti dei suoi più decisi supporter si sono voltati verso di lui, sorpresi. Maureen Dowd, Chris Matthews, Rachel Maddow, tutti questi personaggi della sinistra stanno accorgendosi con orrore che Obama è un incompetente. Il loro messia politico si sta rivelando un impostore. Invece che guidare l’America verso la terra promessa dei liberal, si sta schiantando contro le rocce della realtà.
    La pecca di fondo di Obama è che manca di ogni esperienza operativa. Non è capace di governare perché non ha mai dovuto farlo. Non ha mai gestito una impresa, una città o uno Stato. In effetti egli non ha mai gestito neppure un carretto di limonate. Tutta la sua vita adulta è stata spesa all’interno del mondo della burocrazia: è stato attivista di comunità, professore radicale o politico. È stato parte del segmento non produttivo della società, popolato di quei parassiti che vivono della ricchezza prodotta dal settore privato.
    Immerso nel socialismo multiculturale e in un virulento anti-americanismo, Obama disprezza di cuore il suo Paese: il suo sistema di libero mercato, la sua eredità giudeo-cristiana, il suo eccezionalismo storico. Obama è capace di fare una conferenza, di rimproverare e di scusarsi. In altri termini sa parlare ma non sa governare.
    Obama può amare dipingersi come il presidente dei calci nel culo, ma il solo culo che viene preso a calci è il suo. Il disastro del Golfo è diventato l’uragano Katrina di Obama, un momento rivelatore in cui rimangono fissati come nel cristallo l’impotenza e la debolezza del presidente di fronte a una vera catastrofe economica ed ecologica. La fanghiglia nera sta lambendo non solo sulle spiagge della Louisiana ma anche la presidenza di Obama, incatramando la sua credibilità e ricoprendo i numeri di coloro che lo approvano. Se non riesce a tappare una perdita di petrolio, come sarà capace di affrontare il dittatore nazista persiano dell’Iran, di tirar fuori l’America dalla sua Grande Recessione o di governare un sesto della sua economia tramite il sistema sanitario nazionalizzato?
    Obama ha cercato di politicizzare il caso del petrolio BP fin dall’inizio, deplorando tutti tranne se stesso. Ha chiesto di far fuori il Chief Executive Officer della BP Tony Hayward. Il Segretario agli Interni Ken Salazar si è vantato del fatto che l’amministrazione Obama avrebbe "tenuto il suo piede sul collo" della BP. Obama ha richiesto un’indagine criminale sulla condotta della BP, anche se non c’era prova, neppure un barlume, del fatto che l’esplosione al pozzo Deepwater Horizon fosse stato altro che un incidente. Ha imposto una moratoria sulle trivellazioni petrolifere a grandi profondità nel Golfo, il che ha solo contribuito a danneggiare ulteriormente l’economia locale. Ha cancellato i progetti di trivellazione sulla costa orientale e nel nord dell’Alaska.
    Il suo modo di agire farà impennare i costi della produzione nazionale di petrolio, portando alla perdita di migliaia di posti di lavoro in patria e accrescendo la nostra dipendenza dal petrolio straniero, facendo sicuramente sì che un maggior numero di dollari finisca per andare a sostenere “petrolstati” anti-americani e anti-occidentali come l’Arabia Saudita, la Russia e il Venezuela. In breve, Obama ha fatto di tutto tranne che contenere le perdite.
    Per ironia della sorte, un problema ambientale, cioè un problema che tocca un’area in cui si presume che la sinistra eccella, sta rivelando chiaramente che Obama è un incompetente. Invece di additare continuamente il proprio predecessore come colpevole, demonizzando i repubblicani e disonorando la sua carica con il turpiloquio, Obama farebbe meglio a elevarsi all’altezza della situazione e a offrire una guida coraggiosa al Paese. Ma il fatto che non vi riesca rivela che la sua consueta roboante retorica è poco più che il pistolotto immaginifico di un adolescente.

[L’articolo è apparso su The Washignton Times il 10-6-2010]

domenica 6 giugno 2010

LA GUERRA DI HOLLYWOOD
CONTRO IL CRISTIANESIMO



Ancora una volta, il fanatismo anticristiano sta alzando pericolosamente la cresta. L’emittente televisiva Comedy Central — del gruppo di cui fa parte anche MTV — sta preparando una nuova serie di cartoni animati chiamata JC. La trama prevede che Gesù Cristo, allontanatosi dal padre solitario e noioso, vada a New York e incorra in avventure nella Grande Mela. Cristo verrà descritto come un furbacchione di città cinico e senza radici, esposto alle tentazioni e alle bizzarrie della vita urbana moderna. Avrà a che fare con prostitute e spacciatori. Lo si vedrà fare uso di marijuana e avere rapporti omosessuali. Massacrerà malviventi in scontri di strada, usando preferibilmente un machete. Cristo sembrerà Pulp fiction, seppure in cartone animato.
    Hollywood chiama tutto questo “intrattenimento”, ma si tratta invece di faziosità anti-religiosa, cui i cristiani — e la gente di tutte le fedi — dovrebbero esigere che si ponga fine. South park è un tentativo deliberato di schernire e d’insudiciare l’essenza del cristianesimo: la natura divina di Cristo. Il suo scopo è di degradare Gesù a una figura di oggi, impazzita di sesso, dall'agire permissivo e violento. Non è solo blasfemo, ma è anche moralmente ripugnante e culturalmente perverso. Svilisce e distorce completamente Cristo solo per qualche risata a buon mercato.
    Non è la prima volta che Comedy Central dipinge Cristo in maniera malefica e deforme. Lo show South Park ha ripetutamente mostrato Cristo nel più abietto dei modi: mentre guarda come un deficiente materiale pornografico in Internet; mentre si ferisce al collo in modo che il sangue schizzi copioso dappertutto; comportandosi come un guerriero ninja assassino che uccide il Papa lanciandogli un pugnale che lo trancia in due; e defecando sull’ex Presidente George W. Bush e sulla bandiera americana. Contro il cristianesimo, per South Park la stagione di caccia è sempre aperta.
    Tuttavia, quando si tratta d’islam, Comedy Central tace: il profeta Muhammad non è mai stato preso in giro apertamente né messo in ridicolo per sfruttare l’effetto-sorpresa. Di fatto, l’emittente, per paura di offendere i musulmani, si autocensura. Per esempio, nell’episodio n. 200 di South Park, i produttori avevano cercato raffigurare Muhammad vestito con una pelle d’orso, ma le proteste dei gruppi per i diritti dei musulmani li hanno costretti a tagliare la scena per loro offensiva.
    Questo è un uso flagrante di due pesi e due misure: l’islam non può essere ridicolizzato o attaccato, ma il cristianesimo sì, spesso e volentieri. Gli ipocriti di Hollywood capiscono bene che Muhammad è off-limits per un solo motivo: per la paura di una fatwa, il decreto religioso islamico che autorizza l’assassinio di chiunque diffami l’immagine del profeta musulmano. I liberal di Hollywood sono dei codardi, che si accaniscono su Gesù perché sanno che i cristiani non reagiranno. Troppo spesso li vedono infatti guardare inerti mentre il loro Salvatore viene crocifisso culturalmente.
    Le nostre élite progressiste continuano a ripetere, fino alla nausea, che l’islam è una “religione di pace”. Il fatto che vi siano milioni di estremisti islamici che abbraccino il jihad e il terrorismo, usando il Corano come base teologica per la guerra santa contro l’Occidente, per la maggior parte dei liberal laicisti è irrilevante. Il loro dogma, il multiculturalismo, impone loro di negare questa fondamentale realtà. Ma essi, si sa, preferiscono le fantasie ideologiche.
    La vera religione della pace è invece il cristianesimo: non ci sono in giro suore cattoliche che dirottano aerei facendoli schiantare contro edifici. Non ci sono pastori protestanti che si fissano al petto candelotti di dinamite e fanno saltare in aria uomini, donne e bambini musulmani innocenti. Non ci sono vescovi ortodossi che affermano autorevolmente che la Bibbia giustifica il massacro di non cristiani. In breve, il cristianesimo non mira a instaurare un impero mondiale con la spada: l’islam radicale sì.
    Mentre è precisamente la sottolineatura cristiana della non-violenza e della coesistenza religiosa pacifica che Hollywood sta sfruttando. I produttori di Comedy Central sono consapevoli di un fatto fondamentale: potranno deridere Gesù come e quando vogliono, poiché non c’è alcun jihadista cristiano che li farà saltare in aria: è infatti facile e privo di rischi tirare colpi a casaccio — pateticamente — contro Cristo.
    In essenza, il progressismo laicista moderno si basa sull’odio nei confronti del cristianesimo. Per decenni, i liberal militanti hanno tentato di sradicare il nostro retaggio giudeo-cristiano dalla sfera pubblica. Bandendo le preghiere dalle scuole pubbliche, proibendo che nelle Corti di Giustizia venga esposta la Tavola dei Dieci Comandamenti — il reale fondamento della legge e dell’etica in Occidente —, legalizzando l’omicidio di massa tramite aborto di circa cinquanta milioni di bambini americani non nati, cercando di metter fine alle celebrazioni ufficiali del Natale e della Pasqua, facendo pressioni perché il comportamento omosessuale divenga moralmente accettabile e legalizzando il matrimonio fra persone dello stesso sesso: tutto questo è guerra culturale, una guerra in atto contro l’America profonda e sua tradizionale fede cristiana.
    La cristianofobia è la forma di fanatismo oggi di moda. Hollywood fa da baluardo del fronte anticristiano. Si considerino film quali Il codice Da Vinci e Angeli e Demoni. Il loro messaggio di fondo è che la Chiesa Cattolica è un’istituzione primitiva, sinistra e superstiziosa, il cui perno è una gigantesca cospirazione tramata nel cuore stesso del cristianesimo: aver nascosto che Gesù non era celibe ma sposato e padre di numerosi figli. Non c’è uno straccio di prova a supporto di questa calunnia oltraggiosa, ma Hollywood spaccia tutto ciò per “arte” coraggiosa.
    I cristiani devono difendere con vigore la propria fede. Se Comedy Central vuole fare un serial che descrive Cristo come un teppista di strada, è suo diritto farlo. Ma è pure diritto dei cristiani sentirsi offesi ed esprimere il proprio risentimento. La libertà di parola è un’arma a doppio taglio. I cristiani dovrebbero rendere noto che non solo boicotteranno tutti i programmi di Comedy Central, ma — cosa più importante — tutti i prodotti che essa pubblicizza. Le corporation che hanno contratti pubblicitari con Comedy Central, infatti, stanno sponsorizzando, direttamente o indirettamente il fanatismo anticristiano.
    Tutto ciò non sarà più tollerato: i cristiani non staranno più zitti.



[L'articolo è apparso su The Washington Times del 3 giugno 2010]

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